di Andrea Minchella
VISTO
UNA VITA IN FUGA, di Sean Penn (Flag Day, Stati Uniti 2021, 109 min.).
Ancora una volta un dubbio mi assale: ma è stato proprio Sean Penn a regalarci una delle opere cinematografiche più toccanti e profonde degli ultimi anni? “Into The Wild” del 2007, diretto proprio dall’enigmatico Sean Penn e musicato dal potente Eddie Vedder, rimane ancora oggi una delle opere più riuscite e strepitose che la cinematografia americana abbia potuto produrre. In quel film, tratto da un romanzo sublime che raccontava le vicende del sognatore e sfortunato Christopher McCandless, Penn ci mette tutto: la poesia, l’America rurale che riempie l’anima di chiunque, le note musicali scritte da un poeta che sembra essere vissuto per secoli, il cuore, il corpo, le lacrime, i sorrisi, e il senso di libertà che nella terre selvagge diventa un mantra dirompente che stravolge le regole comuni degli uomini per dare vita ad una dimensione sovrannaturale in cui l’anima di ognuno di noi si rigenera e si fonde con quella terra che esiste da millenni e che millenni continuerà ad esistere.
Il dubbio, appunto, mi assale ogni volta che guardo un film diretto da Sean Penn. Già nel 2016, con il disastroso “Il Tuo Ultimo Bacio”, mi ero posto lo stesso quesito. Oggi, dopo aver visto “Una Vita Al Limite” la fatidica domanda sul regista di” Into The Wild” si è nuovamente impossessata della mia curiosità cinematografica. Questo perché “Una Vita In Fuga”, film in cui Sean Penn decide, per la prima volta, di dirigere se stesso, oltre che i suoi due figli, è un progetto incompleto, basato su un discreto romanzo auto biografico della giornalista Jennifer Vogel che, però, si poggia su una sceneggiatura superficiale e, a tratti banale. Se la grammatica cinematografica è curata e ben costruita, l’anima della pellicola risulta indefinita e poco avvincente. Penn arranca nel raccontare una storia, seppur interessante nei tratti generali, che molte volte è stata trattata nel cinema.
Il rapporto tra un padre ed una figlia è uno di quei “topos” da cui prima o poi ogni autore rischia di doverci passare. Penn decide di interpretare il ruolo, certamente nel libro più dettagliato e tridimensionale, di John Vogel, un falsario (si capisce solo negli ultimi minuti del film) che per una vita è stato assente dalla famiglia e dall’amata figlia Jennifer, che diventerà adulta, giornalista, e scriverà un libro di memorie che, appunto, verrà trasformato da Penn nel suo sesto film da regista.
La narrazione della vicenda è affidata alla voce, fuori campo, di Jennifer che spiega ciò che le immagini non sempre riescono a spiegare. Il montaggio sembra essere, a volte, il tentativo di emulare il maestro dei montaggi schizofrenici Terrence Malick, senza però raggiungere lo stesso livello di qualità. Le sequenze spesso sembrano slegate e sproporzionate se riferite al flusso principale della vicenda. I “flash back” e il presente vengono incastrate con una “colla artistica” che però svela clamorosamente la sua densa presenza. Penn con questo film decide di affidarci le carriere artistiche dei due figli. Soprattutto di Dylan che negli sguardi e nella bellezza ricorda sua madre, la straordinaria Robin Wright. Ma non nella strepitosa capacità recitativa. Dylan, infatti, dovrà ancora fare parecchia strada prima che qualcuno la apprezzi per la capacità attoriale più che per la bellezza o il cognome ingombrante che possiede.
Insomma, quando un autore raggiunge la perfezione, diventa un’impresa impossibile poter di nuovo realizzare qualcosa di sublime. Forse il bravo Penn avrebbe potuto affidare le carriere dei figli a qualche bravo regista che certamente sarebbe stato più capace di individuare un ruolo maggiormente complesso per la troppo acerba Dylan Penn. La colonna sonora, forse, è l’unico pilastro robusto perché affidato al gigante Eddie Vedder che sceglie una serie di canzoni che si incastrano perfettamente nella costruzione geometrica delle sequenze e delle inquadrature rigorosamente filmate in sedici millimetri. Anche Eddie Vedder (cosa non si farebbe per i propri figli!) inserisce una canzone della brava figlia Olivia Vedder che canta proprio “My Father’s Daughter”.
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RIVISTO
LA PROMESSA, di Sean Penn (The Pledge, Stati Uniti 2001, 123 min.).
Sei anni prima del magnifico “Into The Wild” Penn realizza un crudo e profondo racconto sull’attesa, la vendetta e la follia. Nicholson interpreta un poliziotto in pensione che deve trovare l’assassino di un bambino perché lo ha promesso ai suoi genitori.
La ricerca dell’assassino porterà l’integerrimo poliziotto ad un’attesa estenuante che lo porterà dritto alla follia. Un racconto scarno ed egregiamente raccontato. Da rivedere anche per apprezzare una delle ultime magnifiche interpretazioni di Jack Nicholson.
