di Massimo Lodi
Più che un premierato, un “performariato”. Cioè: la Meloni che vuol migliorare/ottimizzare, ovvero performare, il suo standing elettorale. Darsi un futuro eguale al presente. Mettere al sicuro la distanza con i rivali di centrosinistra. Soprattutto allargare il solco tra sé e gli alleati. Tirandoci un bello scherzo, altro che la burla dei russi.
Quale esigenza sussiste di cambiare la Costituzione attribuendo maggior potere all’esecutivo quando l’esecutivo ne ha già in sovrabbondanza? Il Parlamento conta ormai zero agli occhi dei cittadini, che lo schifano al punto d’andare alle urne in percentuale sempre meno alta; e conta zero agli occhi del governo, che legifera a colpi di decreto. Se ne contano più di quaranta dall’inizio dell’anno, e han superato la ventina i voti di fiducia nelle aule di Camera e Senato. Di fatto siamo in un sistema diverso dalla sua forma. E allora, bon dieu?
Allora (1) bisogna mettere a segno un colpo di distrazione di massa, buttar sul tavolo una questione per spazzarne via altre, economico-sociali-belliche, di ben diverso/urgente incalzare; bisogna (2) preparare il terreno propagandistico per le europee del maggio ’24, dove ciascuno correrà con la sua maglia in obbedienza al proporzionale; bisogna (3) dichiarare, per poi rendere, irrilevante la funzione del presidente della Repubblica, cui non potrà più accadere di svolgere ruoli tipo quello che promosse l’insediamento di Ciampi, Monti e Draghi a Palazzo Chigi; bisogna (4) semplificare la messaggistica a un’opinione pubblica distratta, sonnolenta, acritica cui garba sempre meno la complessità. Meglio il semplicismo: scegliamo un capo, e s’arrangi lui.

Opzione inadeguata alla Carta costituzionale che si diedero/ci diedero i padri dell’Italia uscita pesta dalla Seconda guerra mondiale. Ma sembra importarne zero a chi, di quella Carta, non fu partecipe. Non lo fu la destra estrema, i cui epigoni rappresentano oggi il maggior partito del Paese; non lo fu il leghismo, allora lontano quarant’anni dalla sua nascita; non lo fu quella sorta di centro alter-democristiano e alter-socialista che si materializzò in Forza Italia.
Perciò non è una sorpresa che venga da un tale ventaglio di forze politiche l’idea di ribaltare l’equilibrio di contrappresi, checks and balances, studiato dai fondatori della Repubblica democratica. La sorpresa è che –cacciati in soffitta Montesquieu e lo “Spirito delle leggi”– non si sia ancora allertato, nelle forze di minoranza e nell’opinione pubblica, un riflesso di patriottica ostilità al progetto. Patriottica sì, popolare e non populistica: è nell’interesse nazionale non secondare convenienze di così evidente parte.
