Varese, racket delle badanti: non ci sono colpevoli

tribunale varese

VARESESi è chiuso senza un colpevole il lungo processo per il presunto racket delle badanti dell’Est per il quale era finita sotto accusa l’attività di tre cooperative sociali, che tra il 2009 e il 2014 lavoravano tra Gavirate e Azzate.

La sentenza

Associazione per delinquere e sfruttamento del lavoro erano i reati contestati ad un 68enne italiano e ad una donna romena di 48 anni. Ma il Tribunale di Varese nella giornata di oggi, martedì 21 maggio, ha pronunciato sentenza di non doversi procedere per la prima accusa, caduta per via della prescrizione, e ha assolto gli imputati dalla seconda, perché “il fatto non sussiste”.

Le altre posizioni

Un patteggiamento e un proscioglimento, in altri filoni processuali, sommati al decesso di una imputata, completano il quadro della vicenda, che ha coinvolto una trentina di badanti come persone offese, tre delle quali si sono inoltre costituite parte civile nel processo che si è chiuso oggi. Per le donne, assistite dall’avvocato Andrea Toppi, niente risarcimento.

Condizioni precarie

Costrette a dormire anche in dieci con un solo letto a disposizione, in un appartamento di Varese; messe a lavorare a casa di anziani non autosufficienti senza aver firmato un vero e proprio contratto di lavoro, e obbligate a rispettare rigide regole che, ad esempio, non prevedevano la possibilità di prendere dei giorni di ferie o di permesso per rientrare in patria e fare visita ai parenti. Questo il contesto emerso dalle testimonianze delle badanti davanti ai giudici del collegio. Un contesto nel quale, in chiave accusatoria, aveva inciso anche l’assenza di corrispondenze tra i nominativi delle badanti e le informazioni contenute nel portale Inps e in altri portali. Circostanza che, dopo l’analisi del materiale raccolto durante le indagini, sequestrando documenti e apparecchi informatici negli uffici delle cooperative, avevano rafforzato la tesi del giro di lavoro in nero alimentato dagli imputati.

Le richieste del pm

Imputati che però sono usciti “puliti” dal processo. Per i due, difesi dagli avvocati Fabrizio Piarulli e Irene Visconti, il pubblico ministero aveva chiesto 5 anni e 6 anni e 8 mesi di reclusione, oltre a multe per un totale di quasi 70mila euro.

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