‘ndrangheta, il pentito: «A Ferno e Lonate controlliamo 15mila calabresi»

FERNO – «Non ho mai incontrato Filippo Gesualdi e nemmeno ho mai parlato direttamente con lui. Fu Enzo Misiano a chiedermi di poter girare su di lui i voti dei calabresi perché una volta sindaco sarebbe stato a disposizione». E’ tornato in aula oggi, giovedì 24 ottobre, il processo che vede l’ex primo cittadino di Ferno imputato per voto di scambio. Con lui sono a processo anche Francesco Murano, i due fratelli Geracitano e Mario Curcio, considerato il braccio destro di Emanuele De Castro (ex cassiere della locale di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, oggi collaboratore di giustizia, ndr) e che l’accusa considera l’uomo cerniera per i presunti contatti con la politica del paese che ospita l’aeroporto di Malpensa sul suo territorio.

Fu Misiano a chiedere i voti

E oggi è stato ascoltato uno dei testimoni considerati chiave nell’indagine coordinata dal sostituto procuratore della Dda di Milano Alessandra Cerreti. Ovvero proprio quel De Castro che da boss oggi si è trasformato in pentito. Un’udienza tesa, quella che si presta a una doppia lettura. Se da un lato De Castro, confermando quanto già dichiarato in interrogatorio durante le indagini, avalla l’ipotesi sostenuta dall’avvocato Gianluca Franchi, difensore di Gesualdi, ovvero che Misiano millantò davanti al boss che l’allora candidato sindaco fosse uomo a disposizione del clan all’insaputa del diretto interessato, per l’accusa non cambia nulla. Misiano, infatti, per la Dda è da considerarsi “uomo” di Gesualdi tanto da essere stato candidato ed eletto nella lista dell’odierno imputato.

Controlliamo 15mila calabresi

De Castro ha inoltre confermato che i voti chiesti furono effettivamente girati sull’allora candidato sindaco. «Tra Ferno e Lonate vivono 25mila calabresi – ha spiegato il collaboratore di giustizia- di questi ne controlliamo circa 15mila». Il teste ha quindi precisato che, parlando personalmente con alcuni di questi elettori controllati, ebbe la conferma che le preferenze per Gesualdi furono effettivamente espresse. E questo va a favore dell’accusa. Il boss, però, ha poi confermato un altro dettaglio importante, ovvero che Gesualdi, dopo l’elezione, si rifiutò davvero di incontrare lui e i suoi emissari, che volevano effettivamente avere delle informazioni sulla possibilità di realizzare un parcheggio in zona (i posti auto nell’area limitrofa a Malpensa erano il core business del clan, così come asserito dall’inchiesta Krimisa portata a termine nel 2019). Tanto da spingere De Castro a dire a Misiano: «O ci incontra o dovrò prenderlo a schiaffi». E qui si innesta ancora un elemento favorevole alla difesa: o Gesualdi aveva tendenze autolesionistiche (pestaggi o peggio erano state già arma utilizzata dal clan per raggiungere i propri scopi) altrimenti quale altra ragione avrebbe avuto, dopo aver preso consapevolmente dei voti, per rifiutarsi di incontrare gli esponenti del sodalizio criminale arrivando addirittura a segnalare ai carabinieri il fatto che questi stessero cercando un contatto?

Un teste, due interpretazioni

Sul versante opposto pesa il rifiuto di Gesualdi, così come da parti di tutti gli altri imputati, di rifiutare (come nel suo diritto) di sottoporsi ad esame. Gesualdi ha sempre rigettato con forza le accuse. Perché rinunciare a raccontare in aula la propria verità? Sono due letture diverse che ciascuna parte dà ad una stessa testimonianza. Va detto che, sinora, le accuse mosse a Gesualdi sono tutte de relato, non c’è insomma una testimonianza che lo coinvolga direttamente. L’udienza è stata quindi aggiornata al 13 maggio (discussione prevista il 17 giugno) quando saranno sentiti i testi della difesa.

Voto di scambio a Ferno, Gesualdi rifiutò di incontrare De Castro. E si rivolse ai carabinieri

lonate gesualdi voto scambio – MALPENSA24
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