VARESE – «Rapirono mio figlio». E’ l’accusa che Marco Manfrinati ha rivolto, più volte, all’ex moglie Lavinia Limido e alla ex suocera Marta Criscuolo. Manfrinati, in carcere per aver ucciso con 43 coltellate (25 al volto e al collo) l’ex suocero Fabio Limido e aver tentato di assassinare l’ex moglie Lavinia sempre accoltellandola lo scorso 6 maggio in via Menotti a Varese, ha reso esame oggi, mercoledì 29 gennaio, nel processo che lo vede imputato per stalking nei confronti dell’ex consorte e dei famigliari di lei. L’imputato ha detto la sua verità definendo narrazioni le accuse a lui rivolte. «C’è una devianza psichica presente in quella famiglia».
Hanno rapito mio figlio
L’ex avvocato bustese di 41 anni ha accusato l’ex suocera di averlo osteggiato dopo il trasferimento a Busto Arsizio suo, dell’allora moglie e del figlioletto Aiace. Ha accusato l’ex suocero di essere un evasore fiscale (presentò un esposto alla Guardia di Finanza dopo il deterioramento dei rapporti) e, in generale, ha accusato la famiglia Limido di aver «rapito mio figlio» dopo la separazione dalla ex fuggita. Lavinia Limido in aula ha detto di essere fuggita perché l’uomo era pericoloso. Le accuse di sottrazione di minore in capo alla madre di Aiace sono state archiviate.
Sono esseri inferiori
Manfrinati nega di aver mai perseguitato la famiglia Limido, accusando più volte le parti civili «di aver inventato» danneggiamenti e aggressioni definendo i suoceri «esseri inferiori con i quali non volevo avere alcuna interlocuzione» accusandoli di essere gli artefici del «rapimento di mio figlio». I presunti atti persecutori di cui è accusato anticipano di pochi mesi l’omicidio e il tentato omicidio di via Menotti. Manfrinati definisce ingiusta la misura di custodia cautelare del divieto di avvicinamento alla ex moglie ai suoi famigliari e al figlio.
Denuncerò per calunnia
Si è commosso Manfrinati parlando del figlio definendolo l’amore della vita e dichiarando che se fosse stata revocata la misura del divieto di avvicinamento se avesse potuto vedere normalmente il bambino «non ci troveremmo qui. Io non capisco tutto quest’odio nei miei confronti prima dei fatti del 6 maggio (riferendosi alla famiglia Limido). Sono dei suscitatori di odio». Manfrinati minaccia anche cause per calunnia.
Accuse false contro di me
«Io non ho mai danneggiato niente, non ho mai minacciato nessuno. Quelle contro di me sono accuse costruite per fare fumo. Il mio unico obiettivo è sempre e solo stato quello di vedere mio figlio», ha detto Manfrinati, adombrando anche accuse di falsa testimonianza in riferimento alla testimonianza resa in aula dall’amica di Marta Criscuolo che nascose, così ha detto il teste, una spaventatissima Lavinia nella sua casa in provincia di Como dopo che la donna era fuggita dall’ex marito con il figlio. Secondo la teste la ragazza si era nascosta per paura e girava con una parrucca, non uscendo mai di casa, perché terrorizzata dal marito. «Abbiamo le prove che in quei giorni – precisa l’avvocato Fabrizio Busignani, difensore di Manfrinati – Lavinia Limido non fosse nascosta e spaventata ma consumasse aperitivi con le amiche a Varese. Prove che produrremo. Così come dalla copia forense dei due cellulari di Lavinia Limido emergono elementi che, a nostro parere, dimostrano la pianificazione della sottrazione del minore, cioè del figlio del mio assistito. E su questa base chiederemo la riapertura del fascicolo in precedenza archiviato». L’udienza è stata aggiornata marzo quando saranno sentiti anche i genitori di Manfrinati.
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