Mattarella, dieci anni da patriota

magttarella dieci anni
31 gennaio 2015/31 gennaio 2025: Sergio Mattarella presidente della Repubblica

di Massimo Lodi

Varese, 15 novembre ’22, un’apoteosi. Palaghiaccio stracolmo, affetto bollente. Dalle gradinate, in chiusura della cerimonia inaugurale dell’impianto, cala il grido “Sergio! Sergio!” intonato dalle voci dei ragazzini, che sono il maggior numero dei presenti. Venuti lì dalle scuole della città, quasi tutti a piedi, guidati dagl’insegnanti, in un cammino di festa. E via alla festa, non appena il presidente della Repubblica compare all’Ice Arena. Eccolo, il più amato dagl’italiani. Rieccolo oggi, a dieci anni dal primo insediamento, 31 gennaio ’15, più vispo che mai. Più illuminato che mai. Più prediletto che mai.

Sergio che auspicò, nel primo discorso alle Camere, un Paese di costruttori. Sergio che non s’è mai stancato d’obbedire alla promessa. Sergio che ebbe la riconferma proprio nell’anno in cui sarebbe salito qui, tra di noi. Sergio ch’è un politico fuori gara, tenuto in considerazione massima anche dai minimi estimatori della categoria, meccanico della Costituzione di cui fa rispettare il funzionamento, e insieme bandiera della Nazione di cui fa onorare l’anima. Sergio ch’è un moderato di ferro, specialista nel temperare gli sbarellamenti inconsulti. Sergio ch’è un esempio/garanzia di mite, sobria, lungimirante grandeur.

Ci vide giusto Renzi quando ne propugnò l’accasamento al Quirinale, pur dovendo rompere il Patto del Nazareno con Berlusconi che lassù voleva Amato. La scelta gli costò nel 2016 l’affondamento della Grande riforma: votata da Forza Italia a Montecitorio e Palazzo Madama e poi, per ritorsione, silurata nel referendum, complice l’ala sciagurata del Pd avversa al segretario (Bersani, D’Alema e soci). Un danno di cui ancora e chissà fino a che data pagheremo le conseguenze.

“Matti” è stato un perfetto notaio, come richiestogli dal ruolo. Ma non solo. Anche un puntuale interventista/persuasore, se del caso. Esempi. 1) Lo fece capire allorché il governo gialloverde del ’18 (Conte1) voleva imporre l’antieuropeista Savona all’Economia: dal Colle arrivò lo stop. Braccio di ferro, partita vinta. 2) Nuovo alt l’anno dopo, stavolta al populismo debordante: Di Maio andò a Parigi schierandosi coi Gilet gialli, il capo dello Stato subito s’impegnò a ricucire con Macron lo sbrego. Impresa riuscita. 3) Ulteriore puntualizzazione istituzionale/storica due anni fa, pochi mesi dopo l’avvio dell’esecutivo Meloni. A Cuneo, maggio, il presidente ricordò: ora e sempre Resistenza. Così, tanto per capirci. E si sono capiti, lui e la premier, che nel recente Giorno della memoria ha benissimo/meno male dichiarato: della vergogna nazista si macchiò pure il fascismo.

Il presidente è passato per cinque crisi di governo, pilotate con abilità. Ha normalizzato pulsioni estreme che rischiavano di procurarci danni enormi; tenuto desto lo spirito tricolore, ovunque fosse necessario; protetto l’opportuno vincolo europeista; s’è schierato d’amblè, ci ha schierato d’amblè, dalla parte giusta nella guerra russa all’Ucraina. Eccetera.

Nella penisola degl’individualisti, delle partigianerie, del disfattismo a ogni piè sospinto, rappresenta l’eccezione virtuosa/unificante che ridesta la bellezza delle regole. Per questo i connazionali ligi ad esse -più numerosi di quanto si pensi- gli vollero bene dall’inizio, continuando a volergliene in aggiunta negli anni seguenti. Oggi “Matti” è per gran parte di loro, di noi, il “Sergio! Sergio!” che gli tributarono gli studenti varesini, presi da contagioso entusiasmo verso la mitezza forte d’un cattolico democratico bravo a declinare i suoi princìpi nella governance laica. Dimostrando che non è risultata vana la sua speranza nel Paese dei costruttori. Compresa fin dalle fondamenta, cioè dai giovani che -tutt’insieme- non rivolgerebbero un simile coro a nessun altro leader politico. A nessun’altra figura istituzionale. A nessuno qualificabile al modo di vero patriota come lo è il presidente della Repubblica.

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