Omicidio di via Menotti, Manfrinati al Pm: «Quel giorno mi sono difeso»

VARESE – Ha fornito «elementi utili alla sua difesa» Marco Manfrinati, 42 anni, ex avvocato bustocco, in carcere per l’omicidio dell’ex suocero Fabio Limido e il tentato omicidio dell’ex moglie Lavinia Limido, interrogato oggi, lunedì 24 febbraio, dal pubblico ministero Maria Claudia Contini, che ha coordinatole indagini sull’orrore consumatosi in via Menotti a Varese nel maggio 2024.

La difesa di Manfrinati

E’ stato Manfrinati, così come previsto dalla legge dopo il deposito dell’avviso di conclusione indagini, a chiedere di essere interrogato dal Pm, con accanto l’avvocato difensore Fabrizio Busignani. Il quale non si sbilancia ma spiega: «Manfrinati ha spiegato il contesto di pressione entro il quale i fatti devono essere collocati. Un contesto provato dalle copie forensi dei due cellulari dell’ex moglie del mio assistito alle quali abbiamo avuto accesso dopo che il Pm ha depositato l’avviso di conclusione indagini. Un contesto di forte pressione volutamente provocata. Non c’è premeditazione, lo mostrano i filmati delle telecamere: con Lavinia Limido già in sicurezza Fabio Limido inseguì Manfrinati con una mazza da Golf colpendolo più e più volte. Manfrinati, a quel punto, si difese». Fabio Limido venne colpito con oltre 40 coltellate, di cui 25 al volto. 

I cellulari dell’ex moglie

Da quei cellulari emergerebbe la «pianificazione» del voler sottrarre il figlio a Manfrinati. L’indagato ha sempre sostenuto che, in seno alla separazione dalla moglie, voleva solo poter vedere il figlio. Fatto che gli sarebbe stato impedito in modo volontario dall’ex consorte e dai suoi famigliari. Anche attraverso una denuncia per maltrattamenti che Manfrinati ha sempre negato. Denuncia poi archiviata. E del resto lo stesso 42enne, nel processo che lo vede imputato per atti persecutori nei confronti dell’ex moglie e dell’ex suocera Marta Criscuolo, in aula aveva parlato del contenuto dei cellulari che collocherebbero «Lavinia Limido – ha spiegato Manfrinati – A fare aperitivi a villa Toeplitz nello stesso periodo in cui, sulla base della testimonianza sua e di altri ascoltate in quest’aula, si descriveva chiusa e impaurita nel Comasco a casa di un’amica di famiglia per nascondersi da me».

Riaprite il fascicolo per sottrazione di minore

Il figlio negato è il dolore grande di Manfrinati. Che prima del 6 maggio fatale aveva sporto denuncia per sottrazione di minore. Denuncia archiviata. «Ora – spiega Manfrinati – Alla luce dei contenuti delle trascrizioni dei cellulari di Lavinia Limido che, appunto, a nostro parere provano la pianificazione della sottrazione del figlio in danno del mio assistito chiederemo la riapertura del fascicolo nei confronti di madre e figlia».

Denunceremo i Servizi Sociali

Busignani annuncia, tra l’altro, anche la prossima denuncia nei confronti dei Servizi Sociali «del Comune di Varese, ai quali è affidato il piccolo Aiace, che, a fronte dell’ottimo lavoro svolto dai Servizi Sociali di Busto, a fronte delle dichiarazioni della stessa Lavinia Limido di non aver mai temuto che Manfrinati potesse far male al figlio, a fronte di una più che positiva relazione dell’amministrazione carceraria nella quale si esclude che possa sussistere alcun pericolo per il minore, non hanno ancora autorizzato per il mio assistito la possibilità di poter parlare con il figlio nemmeno attraverso una video chiamata. Manfrinati è completamente prostrato dall’impossibilità di poter vedere il suo bambino».

La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo

Altro punto, la «gravissima violazione del diritto alla difesa che abbiamo subito. Con gli atti consegnati a 22 giorni di distanza dal deposito dell’avviso di conclusione indagini (la norma concede 20 giorni all’indagato da quella data per difendersi) e con l’impossibilità, trattandosi di atto in formato digitale, per il mio assistito ristretto in carcere di poterli consultare. Il verbale riassuntivo conta di tre righe a fronte di un fascicolo di oltre 5mila pagine. Al mio assistito, e come a lui a tutti gli altri indagati detenuti, è preclusa la possibilità di potersi difendere. Per questa ragione presenterò ricorso alla Corte Europea per i Diritti del’Uomo su quanto sta accadendo, ne faccio una questione di civiltà».

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