#lavueltaamimanera: alla vigilia delle corse l’inutile rituale delle conferenze

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Jotxean Fernandez "Matxin", direttore tecnico della Uae

Una grande corsa a tappe è un carrozzone di circa tremila persone che quasi ogni giorno si sposta da un posto a un altro. Carlos, un grande giornalista spagnolo oltre che un amico, lo definisce “un circo”. In effetti è un carrozzone variopinto, un piccolo mondo a parte. Provo a farvelo conoscere, a svelarvi qualche piccolo segreto, a portarvi con me nella carovana, prendendo come spunto la Vuelta a España, che prende il vai domani da Venaria Reale (Torino) per concludersi domenica 14 settembre a Madrid. Una corsa che non è – come recita uno slogan, la “più dura del mondo…” – ma è senza dubbio una corsa bellissima in un Paese stupendo. Con #lavueltaamimanera non troverete l’aspetto agonistico, cronache e risultati, ma il viaggio, i personaggi, i luoghi, gli incontri. Quello che va oltre una corsa e che rende l’esperienza di una grande giro unica.

Per capire una corsa bisogna partire dai giorni prima. Le vigilie di una corsa a tappe, così come i giorni di riposo, sono una noia mortale, se non inutili. Fosse possibile, e il mio è il punto di vista di un giornalista, l’abolizione sarebbe solo che un bene. Non lo è, amen, quindi bisogna trovare e mettere in atto delle strategie per fare passare la giornata.

Giornate lentissime

I giorni prima della corsa, in genere il giovedì e il venerdì, scorrono lenti se non lentissimi. Prima di partire da casa i riti sono quelli dei corridori: valigia, lucidatura delle scarpe, borsa del freddo (non sia mai che per una tappa parti in maglietta e ti trovi sotto pioggia e vento, magari la neve), borsa del computer e strumenti vari, taglio dei capelli, pulizia e preparazione dell’auto. Attaccare bene le “targhe”, i distintivi numerati che ti permettono di seguire la corsa da vicino (a base verde sono quelli che contraddistinguono le auto della stampa), su parabrezza e lunotto posteriore, è forse la manovra più difficile: adesivo storto, tante bolle… uno schifo.

Il viaggio, poi una volta a destinazione, Torino in questo caso, hai come la sensazione di buttare via il tempo. Magari sei anche in un luogo che meriterebbe una visita, ma non hai la testa. Hai già in mente la corsa, l’impegno che sarà. Provi anche a immaginare quello che potrà succedere, ma non puoi fare piani. Oddio, mi sono trovato anche in situazioni ridicole. Capitato tante volte che al Giro d’Italia il capo spedizione, non si sa per ansia da prestazione, per volere dimostrare chi comanda, o semplicemente per insipienza immaginasse e progettasse il futuro delle tre settimane abbondanti che separavano dal traguardo finale. Disegnava furiosamente pagine di giornale, divideva con precisione compiti e ruoli, ordinava perentorio pezzi e interviste ai protagonisti designati. Brandiva la penna come una sciabola, poi la calcava furiosamente sui fogli finché li bucava. Errore colossale a cui io assistevo attonito. In una corsa non sai mai cosa succederà un minuto dopo, figuriamoci oltre. Insomma, era tempo e fatica sprecata.

Quando puoi mangia e dormi

Cresciuto sulla strada e con un innato spirito di sopravvivenza ho imparato subito una cosa: bisogna mangiare e dormire appena si può e anche se non si ha fame o sonno. Non si sa mai quello che accadrà. L’imprevisto è bastardo, ma è adrenalina pura. Lì non conta più essere una tecnico del computer bravo a fare copia e incolla di quanto già scritto dagli altri. Di fronte all’imprevisto contano le tue capacità. Oppure forse è una scusa, perché in trenta giri vissuti in strada da inviato, non ricordo di avere saltato una cena. Magari a notte fonda, magari in qualche modo, ma a pancia vuota non mi pare di essere mai andato a dormire.

Solite domande

E se alla vigilia a meno di cataclismi non c’è proprio nulla che dia una scossa alla giornata, almeno una volta erano i controlli antidoping a farti tenere le antenne dritte, l’anti vigilia è il giorno delle conferenze stampa e della presentazione delle squadre.

Le conferenze stampa le abolirei. Si svolgono nell’hotel della squadra. Corridori e direttori sportivi sono addestrati dagli addetti stampa su cosa e come rispondere neanche dovessero di trovassero di fronte a questi di politica internazionale. Come stai? Chi è il favorito? Che obiettivo hai? Chi sono i tuoi rivali? Le tappe chiave? Le quattro cinque domande sono banali e sempre le stesse. Le parole dette ieri da Vingeggard potevano essere quelle di Rominger una trentina d’anni fa e saranno uguali a quelle di mister X tra altri trenta. Quelle di Matxin uguali a quelle di Unzue ai tempi di Indurain. Poi, io penso: se credo di avere una domanda intelligente da fare, o perlomeno che mi possa dare un titolo, non la faccio certo di fronte a tutti. Me la tengo per me, da fare faccia a faccia alla persona, così la risposta l’ho solo io. Viceversa fare una domanda stupida tanto per farla, o per fare vedere che ci sei, lo trovo deleterio. Certo, alle conferenze stampa dei big devi essere presente, ma solo per controllare che non succeda nulla. Non sia mai che esca per sbaglio una notizia. Giornalismo al contrario.

La lista dei cattivi

Inoltre, le squadre più quotate, da ormai una quindicina d’anni, fanno anche un simpatico giochino a inizio stagione: mostrano ai corridori le foto dei giornalisti da loro definiti più pericolosi, quelli a cui prestare attenzione e se possibile evitare. In pratica i veri giornalisti, non quelli zerbinati. Non so ora, ma ho fatto parte di questa lista di cattivi per un lungo periodo. Ovviamente,  per me una medaglia.

Le conferenze online, via Teams o simili, neppure le prendo in considerazione. Non ho la peste, se mi vuoi tenere lontano lo devo accettare, però passo. Non ti sto neppure ad ascoltare, racconta le tue storielle a qualcun altro.   

La presentazione delle squadre

L’antiviglia è dedicata anche alla presentazione delle squadre. Prima una rapida sfilata dei protagonisti sul palco, poi il passaggio dalla zona mista. Non è ancora la “tonnara”, quella bolgia in cui finiscono i grandi protagonisti al traguardo di ogni tappa e di cui vi parlerò nei prossimi giorni. La zona mista è un budello transennato dove i corridori si devono infilare, tra telecamere, microfoni, taccuini (pochissimi mai ora) e smartphone, per rispondere in varie lingue e in modo ripetitivo alle stese domande a cui hanno risposto poche ore prima in hotel. In teoria, potrebbe essere la situazione giusta per beccare una frase, una dichiarazione, da un corridore che non hai sentito prima. Però è in questo frangente che emerge il giornalista rampante, il fenomeno, lo sveglio, quello che scusa “faccio solo una domanda” poi monopolizza il corridore e lo porta sfinimento. Gli unici che se la godono sono i tifosi. I più forunati riescono a farsi una foto con i loro idoli.

Lo spagnolo Juan Ayuso con Matteo Scofet, un suo tifoso, ieri in piazzetta Reale, a Torino
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