Giustizia, cosa rimane della Mensa dei poveri

giustizia mensa poveri
Nino Caianiello e Lara Comi, protagonisti eccellenti dell'inchiesta Mensa dei poveri

La domanda è: dopo sette anni cosa resta dell’inchiesta Mensa dei poveri? Le ultime sentenze al processo d’Appello di Milano sono quasi tutte di assoluzione con la formula più ampia, “perché il fatto non sussiste”. In altri termini, sul versante penale i giudici non hanno riscontrato illeciti di sorta e hanno rispedito al mittente, cioè ai pubblici ministeri, le accuse. Col risultato di aver “liberato” gli imputati da un immaginario collettivo di sospetti e pessimi giudizi. Molti di loro, a sentenze pronunciate, erano finiti nella rete a strascico gettata dai magistrati all’indomani dei primi clamorosi coinvolgimento di personaggi eccellenti. Insomma, innocenti? Fino a prova contraria, lo stabilisce la verità processuale.

Chi rimase impigliato in quella rete può festeggiare, al netto di una vicenda giudiziaria che all’inizio, all’epoca degli arresti di massa di generali, colonnelli e marescialli della politica, aveva scosso una città (Gallarate), una provincia (Varese) e, per una certa parte, si era allargata a Milano e al Piemonte. Un terremoto, insomma. Le cui macerie sono ora etiche e comportamentali, relative a un sistema, il “sistema Caianiello”, che aveva dominato un ampio periodo della gestione pubblica locale. Che sia esistito un approccio fraudolento alle istituzioni e agli enti ad essi collaterali è oggi un dato di fatto, confermato da una serie di ammissioni che, all’epoca, scoperchiarono il vaso di Pandora e ebbero come sbocco numerosi patteggiamenti in relazione ai reati (sempre presunti?) di corruzione e concussione. Fino alla pratica della “decima”, cioè la retrocessione del dieci per cento dei compensi per gli incarichi al partito se non allo “chief officer” di quel particolare gruppo targato Forza Italia.

Tutto finito, dunque? Sul piano giudiziario è probabile che per molte delle persone coinvolte sia chiusa qui, salvo ricorsi e impugnazioni in Cassazione. Sul piano etico, morale e politico la questione rimane apertissima, quanto meno come spunto di riflessione su un modello che ancora ritorna nel nostro Paese, dove il vizio della mazzetta appare difficile da estirpare, dove il gioco politico sfiora spesso l’illecito e, il più delle volte, fa capolino nei retrobottega. “La democrazia ha un costo”, era la giustificazione del malaffare nella cosiddetta Prima Repubblica. Un po’debole come scusa. In special modo quando i beneficiari erano in primis i vertici dei partiti, i capataz che si arricchivano personalmente.

E’ accaduto anche con la Mensa dei poveri? Ciascuno può tirare le somme che meglio ritiene, ma il vero problema è un altro: se è andata a segno oppure no la lezione che deriva da quegli arresti, dalle imputazioni, dalle sentenze che, qualunque esito abbiano avuto, di condanna o di assoluzione, sono un chiaro, imprescindibile monito. Non facciamola tanto lunga, ma non prima di aver sottolineato che per sette lunghi anni in molti sono rimasti sulla graticola, nel tritacarne mediatico e giudiziario. In un certo senso, è già una forma di espiazione di colpe che, oggi, sette anni dopo, si sono rivelate (in Appello) fragili ipotesi accusatorie. Va bene così? No che non va bene. Al punto che il governo manda in scena la riforma della giustizia,  concentrandola però sulla separazione delle carriere. Così com’è concepita non scioglie il vero nodo della questione: le lungaggini dei processi. Ma questa è tutta un’altra storia, con la quale anche Mensa dei poveri ha dovuto fare i conti.

Appello Mensa Poveri, pioggia di assoluzioni. Per Comi nessuna corruzione

giustizia mensa poveri – MALPENSA24
Visited 2.031 times, 1 visit(s) today