BUSTO ARSIZIO – Il B.A. Film Festival 2026 chiude il sipario tra alti e bassi ma il Festival è vivo. Lo dimostrano il parterre della serata delle premiazioni con Enrico Vanzina e quello del teatro Sociale per il concerto di chiusura rimasto orfano di Sergio Rubini, ma anche il gruppo di giovani che ha assistito alla proiezione conclusiva del geniale “Hundreds of Beavers” all’Icma sabato sera fino a mezzanotte. Ma se la risposta del pubblico, soprattutto nelle serate “centrali”, è stata al di sotto delle aspettative, la settimana è stata intensa. E la qualità delle proposte, sempre meno pop e più “cinephile” nel solco della linea tracciata dal 2024 dal direttore artistico Giulio Sangiorgio, è stata alta, anche se non sempre capita, e intercettata, dal territorio. E adesso, rullo di tamburi, via con gli attesissimi contro-premi.
Premio “Gran Torino” a Enrico Vanzina: è lui il vero superospite di questo Baff. Sul palco del Fratello Sole, chiamato come figlio d’arte per parlare del padre Steno, lo sceneggiatore e regista romano ha sfoderato una verve, una voglia di raccontare e raccontarsi e un’attenzione ai particolari (il ricordo di Delia Cajelli è stato emozionante) veramente da applausi. Come quelli che ha ampiamente meritato dando lustro a quella che venerdì sera è stata, di fatto, la serata finale delle premiazioni. E a 77 anni ha dato lezioni di cinema anche a chi ha sempre visto i suoi film con la puzza sotto il naso. Così anche quest’anno i diversamente giovani bagnano il naso alle nuove leve, come in passato con ospitate che hanno lasciato il segno, da Vittorio Storaro a Bruno Bozzetto e Jerzy Skolimovski, per andare indietro fino a Carlo Lizzani e Michelangelo Antonioni. Immortali.

Premio “Provaci ancora, Sam” a Giulio Sangiorgio: il direttore artistico ha una sua linea ben chiara e dopo l’indiscutibile successo della passata edizione, che di fatto era la prima che ha potuto programmare nei tempi necessari, aveva tutte le ragioni per portarla avanti con convinzione anche quest’anno. Ma quando uno dei principali superospiti (Sergio Rubini, previsto per la serata finale) ti abbandona a pochi giorni dall’inizio del Festival è difficile pensare di poter rimediare. Il pubblico in alcuni casi gli ha voltato le spalle, ma non è certo solo sua la responsabilità di riempire le sale. Quando sei sistematicamente costretto a fare le nozze coi fichi secchi – per fare un semplice paragone, il BiFest di Bari, festival del cinema che si è svolto esattamente in contemporanea con il Baff, riceve un contributo da Regione Puglia di un milione di euro – devi mettere in conto che qualche volta non verranno benissimo. Lui, il direttore, non si è nascosto di fronte al problema, ma non si può non concedergli che la qualità della proposta c’era tutta, serve solo capire come ricalibrarla per riavvicinare il pubblico. Merita fiducia.
Premio “Dio perdona, io no” a Gabriele Tosi: la sua intemerata nel discorso di chiusura rimarrà negli annali del Festival, con il sindaco Emanuele Antonelli (menzione speciale) a fargli da “spalla” per una inedita e inaspettata coppia di commercialisti da stand-up comedy. Il presidente del Baff ne ha avute per tutti, e ci sta perché gli sforzi che la macchina organizzativa compie per mettere in piedi “tutto questo cinema” meriterebbe ben altri riscontri da parte della città. Anche per lui vale quanto detto per il direttore Sangiorgio: non sempre si possono pretendere i miracoli, ma siamo certi che Gabriele si rimboccherà per l’ennesima volta le maniche e metterà tutta la sua passione e le sue competenze per riconquistare il pubblico di Busto già dall’anno prossimo.

Premio “Ghost” al ministero della cultura: nel senso che ha “ghostato” il Festival, e dei suoi ritardi nel comunicare l’entità dei contributi ne hanno parlato ampiamente sia il presidente che il direttore artistico. Il Comune di Busto Arsizio continua a confermare fiducia nell’organizzazione stanziando una cifra che per i suoi bilanci culturali è considerevole, e in leggero aumento. Forse, alla vigilia del quarto di secolo, bisognerebbe aprire una riflessione sul futuro di questo festival – organizzatori, istituzioni, società civile, sponsor – perché le potenzialità per fare grandi cose ci sono tutte, ma per esprimerle al meglio servirebbero budget ed energie che oggi non ci sono. Ma che forse, facendo gioco di squadra, si potrebbero attivare.
Menzione speciale – in negativo – per la politica bustocca (e non solo): al di là delle eccezioni istituzionali del sindaco Antonelli, dell’onorevole assessore Maffioli e dell’assessore alle politiche educative Chiara Colombo, da anni ormai una habituée, nelle sale si sono viste poche presenze alla serata inaugurale (anche lasciando la pessima immagine dei posti riservati ma poi non occupati) e nient’altro. Vediamo più consiglieri e assessori alle inaugurazioni dei bar e alle feste della birra, ma tant’è: di certo in passato quando c’era la cena finale la politica si faceva vedere di più. Però, anche solo per vedere come vengono spesi i soldi dei cittadini, sarebbe bene fare un salto ogni tanto.

Premio “Orgoglio e Pregiudizio” a Manuela Maffioli: che settimana per l’assessore alla cultura: passata nel giro di pochi giorni dall’essere “silenziata” ed esclusa dal palco del festival più importante della città – vittima collaterale della lite tra il sindaco Antonelli e la Lega, ma anche di un banale misunderstanding nella serata varesina al cinema Nuovo con Elisabetta Sgarbi – a salutare il pubblico e a ricevere i calorosi applausi del teatro Sociale nella serata jazz di chiusura dopo la sua proclamazione alla Camera dei Deputati in sostituzione del compianto Umberto Bossi. Forse l’anno prossimo non sarà più assessore alla cultura, ma da Roma, che è un po’ più “città del cinema” di Busto Arsizio, potrà continuare a dare una mano al Baff come fece già ai tempi degli esordi quando era il braccio destro dell’allora assessore alle culture di Regione Lombardia Ettore Albertoni. Corsi e ricorsi storici.
Premio “Deserto Rosso” a Busto Arsizio: perché il direttore Sangiorgio può avere anche fatto delle scelte un po’ troppo cinefile, perché la promozione può essere stata tardiva o carente, e qualche errore di programmazione, e l’assenza di qualche nome di maggior richiamo, e chi più ne ha più ne metta. Ma su una cosa G&G hanno ragione da vendere: quello che si vede al Baff non lo si trova da nessun’altra parte a Busto Arsizio. Un regista cult come Abel Ferrara, gli aneddoti e la verve di Enrico Vanzina, un dibattito culturale a 360 gradi su Giorgio Scerbanenco, l’anteprima italiana di un grande film di una diva hollywoodiana come Kristen Stewart, una conferenza del mago dei videoessays Kevin B. Lee, ma anche le godibilissime chiacchierate tra cinema e costume con Gianni Canova e Davide Ferrario: occasioni uniche, accessibili e con star disponibilissime a entrare in contatto con il pubblico, che avrebbero meritato sale strapiene e maggiore attenzione, anche da parte dei media. E che, se fossero capitate a Milano, avrebbero avuto una eco moltiplicata in modo esponenziale. Ha ragione Paolo Castelli a parlare di “sindrome della provincia“: se Milano e i milanesi iniziano a guardare a Busto Arsizio per comprare casa a prezzi ragionevoli, sarebbe bene che anche i bustocchi non si rassegnassero a ripetere la vecchia storiella della città mortorio anche quando è piena di opportunità culturali che a volte passano colpevolmente inosservate.

Premio “Birdman” alla promozione del Baff: il sito web pronto pochi giorni prima del Festival e i pieghevoli arrivati in Comune il giorno prima della serata inaugurale: nell’epoca delle agende piene, in cui si prenotano spettacoli e concerti con un anno e mezzo di anticipo e le cene con gli amici da un mese all’altro, quel lato un po’ bohémien e un po’ maniacale di un Festival che arriva all’ultimo a svelare il programma per poter avere tutte le conferme degli ospiti presenti, rischia di penalizzare le esigenze di promozione e di non raggiungere gli appassionati che poi devono riempire le sale. Sappiamo bene che per uno staff sempre più ridotto ai minimi termini è una corsa contro il tempo, ma forse è meglio aggiungere una sorpresa in corsa dopo aver fissato gli appuntamenti da pubblicizzare che non arrivare con il pacchetto fatto e finito troppo sotto data.
Premio “Hidden Figures” alle donne del Baff: si vedono meno ma ci sono, eccome. E senza il loro lavoro il “razzo” del Baff non riuscirebbe ad andare in orbita. È così da sempre, come testimonia quella foto d’annata nella mostra dei “Memorabilia” che riuniva tanti volti femminili che hanno fatto la storia del Festival. Di quelli di oggi citiamo la già “contropremiata” Vanessa Magni quest’anno rimasta più dietro le quinte, Caterina Torretta con le sue immancabili cuffie a coordinare e tenere sempre tutto sotto controllo, Liz Bonfanti perfetta “anfitrione” delle mattinate con le scuole (la vera miniera d’oro del Baff) alle prese con 1600 ragazzi, le puntuali responsabili dell’ufficio stampa Emilia Carnaghi e Lionella Bianca Fiorillo che hanno fatto transitare il Baff al Tg3, senza dimenticare la “First Lady” Valeria Brazzelli al fianco del marito Gabriele Tosi fino all’ultima proiezione del sabato sera all’Icma.

Premio “L’uomo delle stelle” a Ciro Tomaiuoli: pugliese di Vieste, classe 1989, ex studente dell’Icma, è un “figlio” del Baff e l’emblema vivente del sistema cinema di Busto Arsizio. Dove ha trovato la sua “America” proprio come il personaggio interpretato da Leo Gullotta nel film di Giuseppe Tornatore. Dopo il diploma all’istituto Antonioni, infatti, Ciro ne è diventato docente (insegna “Tecniche di ripresa”) e ha aperto i suoi Armonia Studios in città. Al Festival ha fatto di tutto: da regista è stato protagonista dell’emozionante documentario “Il mito della pista Stelvio” presentato di fronte al campione di sci alpino Giorgio Rocca, mentre da uomo dello staff è stato cassiere e ha staccato biglietti all’ingresso delle sale. Ormai una colonna insostituibile del Festival.
Menzione speciale a Giuseppe De Bernardi e Mascia Manfredonia: volontari dello staff, la loro passione al servizio del Festival è ammirevole. Clonateli.

Premio “Man on the Moon” a Rocco Moccagatta: dopo esserci simpaticamente rincorsi per tutta la settimana con il tormentone sulle sue felpe “allacciate” in vita – che ormai, anche in una città storicamente a forte trazione leghista come Busto Arsizio, fanno più discutere di quelle di Salvini – lo stupiamo, passando oltre sui suoi lapsus (da “Malpensa29” affibbiato alla nostra testata alla Terrazza Sentimento dei festini di Alberto Genovese scambiata per “Terrazza Paradiso“) e premiando le sue doti di battutista. Più precisamente, freddurista. Come quando ha chiesto a Donato Carrisi se avesse proposto a Dustin Hoffman “il suggeritore” (come il titolo del libro con cui vinse il premio Bancarella, per chi non l’avesse capita). Lo stile del maestro Steve Della Casa è oggettivamente inarrivabile (la sua perla che rimarrà da qui all’eternità negli annali del Festival è “Come dicono a Pescara, Chieti e ti sarà dato”) ma anche Rocco – che come intervistatore è una certezza e anche con Enrico Vanzina si è superato – ha dei numeri interessanti. Per l’anno prossimo può anche lasciare a casa la felpa se ci regala qualche freddura in più.

Premio “L’eclisse” a Pappi Corsicato: per il suo “Libera” al cinema Dante di Castellanza c’erano – contati – una dozzina di spettatori oltre agli addetti ai lavori e alla stampa. Ma non è stato l’unico flop clamoroso di questa edizione: anche “Le bambine” delle sorelle Bertani al Ratti di Legnano (storicamente la “Bombonera” del Baff) è stato proiettato di fronte a poco più di 30 persone, poi il Ratti si è rifatto per “The Chronology of Water” in concomitanza con Italia-Irlanda del Nord. E “L’isola degli idealisti” al Nuovo di Varese, nonostante fosse anticipato da un dibattito di spessore con Elisabetta Sgarbi, Eugenio Lio, Paolo Bacilieri e Alberto Pezzotta, non ha portato in sala più di 50 spettatori.

Premio “Clockwise” a chi ha deciso di fare i lavori di manutenzione stradale di via XI Febbraio e della via sul retro di Villa Calcaterra, fresate esattamente nella settimana del Festival del cinema che vede l’Icma come quartiergenerale e tra le location principali degli eventi al pubblico. Tempismo perfetto.
Premio “Perfetti sconosciuti” ad Alessandro Munari e Marco Crepaldi: oggi, l’uno presidente e l’altro direttore dell’Istituto cinematografico Michelangelo Antonioni, “headquarters” del Baff; ieri, rispettivamente, presidente e direttore organizzativo del Festival. Anche quest’anno non si sono fatti vedere. Ed è un’assenza che, al di là delle motivazioni che ufficialmente non si conoscono, fa parecchio rumore. E stona in quell’ottica di “sistema cinema” che è una delle caratteristiche distintive della rassegna di Busto Arsizio. Munari è stato più volte citato e ringraziato dal suo successore, e già predecessore, Gabriele Tosi e dal sindaco Antonelli, mentre Crepaldi (che è sempre stato dietro le quinte anche quando aveva un ruolo decisivo nella macchina del Festival) appare di sfuggita nella foto d’epoca di Max Croci della mostra “Memorabilia”. Ma il Baff ha bisogno anche di loro.
Premio “Dogville” allo Spaziofestival: Repetita iuvant. Quanto ci manca lo Spaziofestival. Per tanti anni è stato il punto di congiunzione tra la città vissuta nella sua quotidianità e il B.A. Film Festival e, contribuendo a creare il clima da città di cinema, finiva per essere un formidabile veicolo di promozione del Festival per le migliaia di bustocchi e non solo che per un motivo o per l’altro transitano ogni giorno dalla piazza della basilica. Ci hanno spiegato che costa tanto, e ovviamente su questo non ci piove, e che drenerebbe risorse che si preferisce destinare ai contenuti del Festival. Non fa una grinza. Modesta proposta per superare questo trade-off penalizzante: nel cuore della città da qualche giorno c’è uno spazio pubblico che potrebbe fare al caso, l’ex carcere di via Borroni. Non è centrale come la piazza San Giovanni, ma quasi. Ha una sala conferenze di dimensioni analoghe a quella che veniva ricavata nello Spaziofestival e presto sarà dotato di un bar. È accessibile e privo di barriera architettoniche. Ma soprattutto sarà frequentato soprattutto da giovani e studenti che utilizzeranno le sale di lettura. Forse vale la pena farci un pensierino.
Menzione speciale (nostalgica) al cinema Lux: forse per la prima volta, edizioni “Covid” a parte, nessuna proiezione nella sala di Sacconago che ospitò il primo ospite internazionale, Roy Scheider, e che l’anno scorso accolse calorosamente il premio Oscar Giuseppe Tornatore. Un altro pezzo di Festival da recuperare.
Il Baff di Sangiorgio: «Qualità e giovani, sono orgoglioso. Sale non piene? Ci rifaremo»
