Delmonte, il femminicidio di Albizzate 26 anni dopo: «Lotto per un cambiamento»

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GALLARATE – «Il femminicidio è solo la punta dell’iceberg, sotto ci sono tutte quelle violenze che non sono visibili. Ma che possono essere fermate, esistono dei campanelli d’allarme. E lotto per un cambiamento culturale». Sono passati 26 anni. Ma il ricordo di quel luglio 1997 è ancora vivido nella memoria di Giuseppe Delmonte, quando suo padre Salvatore uccise sua madre Olga fuori dalle Poste di Albizzate. Con sette colpi d’ascia. Un momento che riemerge ogni volta che una donna perde la vita per mano di un uomo, allungando la drammatica lista dei femminicidi. Lo ha raccontato oggi – 25 novembre – agli studenti del Ponti di Gallarate, in occasione della giornata contro la violenza di genere.

Il messaggio ai giovani

Giuseppe, il più piccolo di tre fratelli, oggi ha 46 anni e gira per le scuole raccontando quei momenti. Lo fa per sensibilizzare i più giovani su un tema tanto attuale quanto delicato. Il messaggio si muove sul filo dell’importanza della «parità di genere e della necessita di far emergere la violenza», dice Delmonte. Gli adolescenti «sono il futuro: la vita è in mano a loro, non permettano a nessuno di privarli della libertà». Come? Il punto di partenza è imparare a riconoscere «i campanelli d’allarme» di tutte le forme di maltrattamento, dove il femminicidio è «solo la punta dell’iceberg». Poi, l’altro tema fondamentale. Delmonte affronta la condizione di orfano di femminicidio e le inevitabili conseguenze – anche da un punto di vista legale – che ne nascono. Nel 2018 è stata introdotta la legge che riconosce tutele processuali ai figli minorenni e maggiorenni economicamente non autosufficienti della vittima di un omicidio domestico. Norma che «ha criticità e fa acqua da tutte le parti. E mi batto perché sia più fruibile». Guarda il video:

La storia

Una storia, quella di Giuseppe e della sua famiglia, macchiata di ossessioni morbose, oltre che violenze fisiche e psicologiche. Fino al fatale inganno che portò all’epilogo peggiore: quel giorno del 1997 Salvatore tese una trappola a Olga, attirandola alle Poste per per farle ritirare un vaglia. La stava aspettando con un’ascia in mano. Fu l’ultimo atto di anni di maltrattamenti costanti: lui la picchiava, la isolava e non le dava la possibilità di prendere decisioni. Poi la situazione è peggiorata sempre di più e, una volta che si sono separati, è cominciato lo stalking. Fino a quando l’incubo non si è trasformato in un gesto estremo. Si diede alla fuga, facendo perdere le sue tracce per quattro giorni, fino a quando non decise di costituirsi ai carabinieri in Sicilia, dove si era rifugiato da una sorella. Oggi sconta l’ergastolo.

I presenti

Presenti nell’aula magna anche il dirigente dell’istituto Ponti, Massimo Angeloni, che ha ringraziato gli studenti per «la sensibilità e la partecipazione emotiva». Ma anche la fondatrice dell’associazione Telefono Donna, Stefania Bartoccetti, che ha ricordato la possibilità per ogni vittima di violenza di «chiedere sostegno legale e supporto alle persone giuste e nel modo giusto». Poi, il giovane rappresentante all’interno del consiglio d’istituto Giorgio Martignoni e il presidente del consiglio d’istituto Gerardo De Luca.

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