Il cinema di Tornatore al Baff: «I miei film figli di un grande innamoramento»

BUSTO ARSIZIO – «In passato, con le pellicole, c’era un rapporto fisico  che era decisivo. Ti dava un senso di padronanza mentre con il digitale, alla fine, quelle immagini non sai dove sono»: ieri, giovedì 3 aprile, il Lux di Sacconago ha ospitato Giuseppe Tornatore per la proiezione del suo lungometraggio d’esordio, “Il camorrista”. Il dialogo con i conduttori della serata, il direttore artistico del Baff Giulio Sangiorgio e il critico Rocco Moccagatta, ha offerto al premio Oscar l’occasione di confrontare tra il cinema attuale e quello del suo debutto, non solo nella prospettiva dei “primi passi” a cui si ispira il festival di Busto, ma anche dei consigli per i registi del futuro: «Non voglio dire che prima era meglio, solo diverso: ora ci sono più opportunità».

Filmare con lo smartphone

«Una volta le pellicole arrivavano in pizze, scatole di latta – ha ricordato Tornatore, che vanta una lunga esperienza come proiezionista – che erano minimo quattro, per arrivare a un numero di dodici per i film di tre ore. D’inverno poteva entrarci l’acqua: le gonfiava creando un effetto per cui la gente fischiava ma io l’ho sempre trovato bellissimo. Erano infiammabili, come visto in “Nuovo Cinema Paradiso”, si potevano strappare e incollare. Il rapporto non era solo tattile, ma anche gustativo: toccandole con le labbra si poteva capire su che loro lato si trovava la gelatina. Insomma, davano l’illusione che in qualche maniera eri partecipe». Però era anche costoso, «anche per le pellicole in Super 8 con cui giravamo. Mi divertivo, ma era complicato. Il 35 millimetri, poi, era inarrivabile: ora, invece, è come se tutti l’avessero in tasca. Puoi girare con questo – ha detto estraendo lo smartphone – ed è di una qualità visiva sufficiente. Prima appannaggio solo di un’oligarchia, adesso corrisponde a quello che è il linguaggio dei giovani. Dall’altro lato, però, vedo anche una grande confusione».

baff cinema tornatore film 02

Il rischio dei film «ombelicali»

Tornatore ha consigliato ai giovani lo studio delle leggi che governano l’audiovisivo: «Darebbe senso. Ma, avendo una storia da raccontare, sarebbe possibile anche farlo con mezzi semplici, senza dover affrontare tutti i passaggi e gli intermediari, e riuscire a trovare comunque un produttore interessato». Tuttavia lo smartphone porta con sè anche il rischio che si moltiplichino le storie «ombelicali», frequenti in tante lavori cinematografici degli anni Settanta – «opere prime e anche ultime» – che avevano in comune l’essere «intimiste, introspettive e autoreferenziali». Per raccontare sè stessi è meglio aspettare di padroneggiare il mezzo alla perfezione: «In questo caso affidarsi all’improvvisazione può essere molto pericoloso. Meglio concentrarsi di più su “cosa” raccontare. Il “come” è infatti molto facile, il mezzo l’hanno tutti e, come disse Pasolini, la grammatica del cinema si impara in una settimana; “cosa” raccontare è più difficile».

Come è nato “Nuovo Cinema Paradiso”

«In genere tutto nasce da una storia che mi conquista», ha spiegato in merito alle sue fonti d’ispirazione Tornatore, che agli aspiranti registi ha consigliato la visione, oltre che dei titoli di Vittorio De Sica, di “Gli Argonauti”, “Vincitori e vinti”, “La recita”, “Rashomon” e – obbligatorio – “I sette samurai”.
«O da una suggestione. Come è successo, per esempio, per “Stanno tutti bene”. Nei primi tempi in cui ero a Roma frequentavo un ristorante dove andavo a cenare da solo. Una sera notai un altra persona che a sua volta cenava in solitudine e questa specularità mi colpì. Chiesi al cameriere chi fosse e lui disse “mi sembra uno che viaggia”. Gli chiesi spiegazioni a riguardo e rispose: “Perché ha la valigia sotto il tavolo”. Da allora, per anni, ho giocato a immaginare dove stesse andando, con visite a sorpresa ai figli in varie parti del Paese.
“Nuovo Cinema Paradiso” ha avuto un’origine emotiva: «Nacque sì dall’ambiente che frequentato come proiezionista e organizzatore di cineclub ma la scintilla fu l’avere smontato il cinema più antico del paese, che era stato chiuso dall’esercente per aprirne uno nuovo. Risaliva agli anni Venti-Trenta – l’epoca del muto – e tutto appariva fatiscente. Era di una malinconia indicibile e lì ebbi l’idea di un cinema che finisce: la storia iniziò così. Può anche nascere da un grande innamoramento, come è successo con il monologo “Novecento” di Baricco: provando e riprovando ho infine trovato una mia chiave. Ho sempre scelto film che mi piacevano, storie che avrei voluto vedere al cinema: i figli di un grande innamoramento».

Giuseppe Tornatore superstar al Baff. Un premio Oscar al Lux di Sacconago

baff cinema tornatore film – MALPENSA24
Visited 273 times, 1 visit(s) today