BUSTO ARSIZIO – Nel 2019 era tra i 34 arrestati nell’ambito dell’inchiesta Krimisa, che colpì duramente la locale di ‘ndrangheta Lonate-Legnano guidata da Vincenzo Rispoli oggi condannato in via definitiva. Per quasi tre anni G.L., consulente del lavoro, che la Dda di Milano voleva quale portatore di interesse della cosca negli acquisti dei terreni in area Malpensa per la realizzazione di parcheggi, fu ristretto agli arresti domiciliari.
Vittima non complice
Il Tribunale di Busto Arsizio, però, lo assolse considerandolo non complice bensì vittima del clan guidato da Rispoli che vedeva in Emanuele De Castro, oggi collaboratore di giustizia, quale braccio destro del boss. Ora G.L. è stato risarcito dalla Corte d’Appello di Milano con 9.314 euro per l’ingiusta detenzione subita, cifra maggiorata a 12.500 euro a titolo risarcitorio per gli articoli di stampa comparsi all’epoca che accostavano il suo nome alla cosca. I giudici della quinta sezione penale d’appello (Nova-De Magistris-Caramellino) hanno accolto l’istanza del difensore del professionista 43enne, l’avvocato Davide Steccanella. Secondo la Dda di Milano, il professionista minacciò un cliente-socio nel corso di un’estorsione. Per i giudici si limitò a riferirla, quella minaccia, in quanto a sua volta impaurito e vessato da coloro che l’avevano formulata.
Frequentazione trasparente
Non solo: la sua “frequentazione con gli autori materiali della minaccia, De Castro Emanuele e Salvatore, è pacificamente riconducibile – scrivono i giudici – al rapporto professionale instaurato da costoro, nell’amministrazione di una società commerciale” con il professionista “nella veste professionale che gli è propria di consulente del lavoro”. Un rapporto, dicono i giudici, “non equivoco ma trasparente“. Di qui la sentenza risarcitoria.
