Dalle divise dismesse a una filiera tessile circolare: Varese fa scuola alla Bocconi

filiera tessile circolare varese

VARESE – La Camera di Commercio di Varese ha presentato a Milano il protocollo territoriale per la filiera tessile e il progetto “ReWeave Lombardia”, che in un unico percorso unisce recupero dei materiali, ricerca e reinserimento lavorativo delle persone detenute. All’Università Bocconi (nella foto sopra) si è svolta la nuova edizione del Salone della Csr – Corporate Social Responsibility e dell’innovazione sociale, dedicata quest’anno al tema “La sostenibilità passa ai fatti”. Nell’occasione l’ente camerale varesino ha portato un esempio concreto di cosa significhi tradurre la sostenibilità in azioni.

Il protocollo

Il protocollo, approvato dalla Giunta camerale il 10 novembre 2025, mette attorno allo stesso tavolo soggetti molto diversi: la Camera di Commercio di Varese, la Casa Circondariale di Busto Arsizio, Confindustria Varese, Confartigianato Imprese Varese e Centrocot, il Centro Tessile Cotoniero e Abbigliamento. Istituzioni, imprese, ricerca e mondo penitenziario condividono un obiettivo comune e due direttrici di lavoro che procedono insieme: da un lato l‘innovazione tecnica, con la ricerca su nuovi processi di riciclo, prove e prototipi; dall’altro l’inclusione sociale, con formazione e lavoro per accompagnare il reinserimento delle persone detenute. Il punto di partenza è una constatazione semplice: ogni scarto contiene materia, lavoro e conoscenza. Oggi capi dismessi e scarti tecnici seguono percorsi frammentati e una parte importante del loro valore va perduta. In Italia secondo Ispra nel 2023 sono state raccolte separatamente 171,6 mila tonnellate di tessili, mentre si stima che circa 663mila tonnellate finiscano ogni anno nei rifiuti indifferenziati. Il margine di recupero è quindi molto ampio, soprattutto per i flussi omogenei e tracciabili come le divise.

Il progetto ReWeave

Le uniformi sono un caso esemplare: provengono da capitolati noti, hanno composizioni ricorrenti e vengono acquistate in grandi quantità. Basta guardare alle forniture dell’Amministrazione Penitenziaria: considerando soltanto tre gare recenti (80.000 pantaloni operativi, 20.000 uniformi estive e 3.450 maglie invernali) si arriva a una stima prudenziale di 56-75 tonnellate di materiale. Un ordine di grandezza che cresce di molto se si considerano i capi dismessi e conservati presso i tanti enti pubblici che utilizzano divise. Il progetto ReWeave, finanziato da Regione Lombardia sul bando Next Fashion, è il primo cantiere operativo del protocollo. Il partenariato riunisce Centrocot, Grassi, Vesti Solidale Cooperativa Sociale, Tay e Bonfanti. Il progetto è partito il 14 febbraio 2026 e si concluderà il 13 febbraio 2028, dopo 24 mesi di attività articolate in sette azioni di ricerca e sviluppo. Il percorso segue quattro passaggi: conoscere i flussi, con la mappatura degli scarti e delle loro composizioni; separare, con sorting, disassemblaggio e igienizzazione; riciclare, attraverso processi meccanici per le fibre tecniche e un trattamento enzimatico sperimentale che rimuove la componente cellulosica dalle mischie complesse per recuperare le preziose fibre aramidiche; infine validare, con prove di laboratorio e prototipi realizzati dalle imprese utilizzatrici. Il caso pilota parte da 300 divise penitenziarie estive e invernali raccolte presso la Casa Circondariale di Busto Arsizio, registrate per lotto e seguite lungo tutte le lavorazioni. Gli obiettivi sono dichiarati e verificabili: almeno il 95% dei lotti tracciati, oltre il 60% di fibre aramidiche riutilizzabili, oltre il 90% di rimozione della componente cellulosica, una resa superiore all’80% sulle altre fibre e più di due tipologie di prodotto finito.

Il lavoro come leva di reinserimento

La dimensione sociale non è un elemento accessorio, ma parte integrante della filiera. Le persone detenute partecipano a passaggi reali del processo: imparano a riconoscere materiali e componenti, preparano i lotti rimuovendo accessori e disassemblando i capi, operano secondo procedure di sicurezza e igienizzazione, contribuiscono alla tracciabilità e alla verifica della qualità. Il percorso, che va dalla selezione alla formazione, dall’esperienza operativa al contatto con le imprese, coinvolge almeno 10 persone con l’obiettivo di almeno il 75% di esiti positivi ai test di apprendimento. I dati spiegano perché questa scelta conta. Secondo l’indagine Censis per il Cnel “Recidiva Zero” la recidiva raggiunge il 68,5% tra chi non ha avuto opportunità di lavoro durante la pena e scende al 12-19% tra chi ha lavorato con imprese o cooperative esterne. Recuperare materiali e recuperare autonomia, dignità e capacità professionale diventano così due facce dello stesso progetto.

Le potenzialità future

Il valore dell’iniziativa va oltre la riuscita delle prove tecniche. ReWeave produrrà dati, procedure, campioni e competenze che resteranno patrimonio del territorio anche dopo la fine del finanziamento, e il protocollo è lo strumento pensato per dare loro continuità. Le prospettive di sviluppo sono diverse. Il progetto potrà diventare una base comune per nuove sperimentazioni, aiutando anche le aziende che da sole non dispongono delle quantità o delle competenze necessarie per avviare processi di recupero. Inoltre, il modello potrà essere esteso dalle divise agli scarti pre-consumo delle imprese tessili del territorio e ad altri enti pubblici che gestiscono uniformi, trasformando un flusso oggi disperso in una risorsa programmabile. Tutto ciò permetterà di offrire nuove materie prime seconde alle Pmi e nel frattempo nuove aziende potranno aderire alla filiera tramite convenzioni. Infine, si tratta di un modello pienamente replicabile in grado di offrire ad altri territori e ad altre amministrazioni un percorso già sperimentato. 

La sostenibilità nei fatti

«Il Salone della Csr ci ha chiesto di mostrare come la sostenibilità passi ai fatti, e il protocollo per la filiera tessile è la nostra risposta – ha dichiarato Mauro Vitiello, presidente di Camera di Commercio di Varese. Il tessile è parte dell’identità produttiva della nostra provincia e oggi affronta una trasformazione profonda. Mettere in rete imprese, associazioni, ricerca e istituzioni significa dare alle nostre aziende gli strumenti per trasformare uno scarto in un’opportunità di competitività, e farlo creando al tempo stesso nuove possibilità per le persone. ReWeave è il primo passo: il nostro obiettivo è che diventi un modello stabile, aperto a tutte le imprese che vorranno farne parte». Aggiunge la segretaria generale Anna Deligios: «Abbiamo voluto che innovazione tecnica e inclusione sociale crescessero insieme, perché è questo che rende il progetto solido e radicato nel territorio. Il valore di ReWeave non sta solo nei risultati di laboratorio, ma nei dati, nelle procedure e nelle competenze che lascerà alla filiera. Il protocollo ci permette di dare continuità a questo patrimonio oltre la durata del finanziamento, di coinvolgere nuove aziende e di accompagnare le persone detenute verso un lavoro vero. Portarlo al Salone della Csr ha significato condividere un’esperienza che altri territori possono replicare».

In carcere a Busto un laboratorio tessile. E Grassi Spa assumerà almeno due detenuti

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