Giorgia e la Santa alleanza

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E se a Palazzo Chigi si cominciasse a pensare ad elezioni anticipate?

di Massimo Lodi

Ieri sera a Rainews24, rassegna stampa, nuova benzina all’idea meloniana d’elezioni anticipate. Suggeriscono la mossa/l’azzardo tanti fattori. Il primo: sondaggi che danno Fratelli d’Italia oltre il 30 per cento. Il secondo: l’onda di destra che spinge, dall’America, l’Europa. Il terzo: il numero crescente delle promesse mancate, dei casi spinosi, delle ambasce sociali, d’un logoramento temibile. Il quarto: la disputa aperta con le toghe, che nulla assicura di buono e definitivo. Il quinto: l’affannato busillis dei migranti, Albania sì Albania no, l’avanti-indré che ormai sconfina -è il caso di dire- nel ridicolo. Il sesto: l’apertura d’un infido vaso di Pandora qualora la Santanchè fosse costretta a dimettersi. Reazione imprevedibile da lei, idem da Salvini e Tajani. Non chiederebbero solo un cambio di ministro, e invece il temutissimo rimpasto. Operazione dietro la quale si son sempre celate fregature.

Giorgia si ferma qui, pur se potrebbe sommare punti aggiuntivi al suo personale ordine/orrore del giorno. Di ogni giorno. Le ultime inguardabilità, brutta parola ma espressiva d’uno stato d’animo, vengono dal contro-attivismo/propagandismo di Salvini. Deluso per essersi trovato a latere dei peana trumpiani, dove altri han raccolto più eco e benefici di lui, il vicepremier cerca di sottrarre spazio a destra alla post-underdog. È andato (1) al convegno sovranista dei patrioti europei e detto cose che a lei, figura iperistituzionale, sono vietate; ha compiuto (2) un blitz in Israele, lasciando basìto il ministro degli Esteri Tajani e figuriamoci la presidente del Consiglio; specialmente s’è messo (3) a battere il chiodo -ah, questa fissazione del chiodo- sulla rottamazione delle cartelle esattoriali. Martellamento quotidiano che scuote le mura di Chigi causando inenarrabili fastidi, e lo stesso provoca nelle orecchie del ministro dell’Economia Giorgetti. Uno della squadra di Salvini. Il più bravo della squadra di Salvini. Il più imbarazzato della squadra di Salvini.

Se a tutto ciò addizioniamo la pedissequa voce di coro a ogni sortita di Trump (uscita dall’Organizzazione mondiale della sanità; chiusura della Corte internazionale dell’Aja; finiamola con l’Europa che vuole molto e dà poco; eccetera) ecco la spiegazione di nervosismo/risentimento/insofferenza della premier. Destinati, un due tre, a lievitare quando s’arriverà allo snodo-epilogo dell’autonomia differenziata e del terzo mandato. Argomenti che, insieme con gli altri sopra citati, la inducono a non giudicare una follia lo scioglimento delle Camere. Ipotesi data per marziana (stiamo al passo col Muskolarismo epocale) sino a qualche tempo fa, e ora invece affiorante pragmatica-pragmatica su diversi media. Tipo Giorno, Huffington Post, Stampa, Repubblica. E ipotesi angosciante a sinistra, dove palesemente nessuno sa che pesci pigliare a due anni e mezzo dalla scadenza naturale della legislatura, e figuriamoci che cosa saprebbe se ci si dovesse recare alle urne entro l’autunno ’25. Ecco perché l’orizzonte non è solo il destino della Santanchè bensì il destino d’un intero esecutivo e d’un passaggio storico. Cioè: la destra al comando, pensa probabiliter Meloni, che ha l’opportunità di trasformarsi da evento passeggero a fenomeno epocale raccogliendovi attorno i disponibili. La Santa alleanza, l’unica che le importa davvero.

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