Il caso Legnano e la politica che non c’è più

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La crisi della giunta comunale di Legnano, comunque vada a finire (e non può finire che in un solo modo: qualunque altra soluzione che non siano le elezioni anticipate equivarrebbe a un inconsistente rattoppo), pone in luce una situazione comune ai contesti della politica di questi ultimi tempi. E cioè, il primato dei personalismi sui contenuti.

Se non abbiamo inteso male dalle informazioni che abbiamo avuto da questo e da altri giornali e fonti, l’oggetto del contendere che ha generato il patatrac legnanese dipende in larga parte da incomprensioni e antipatie maturate all’interno del centrodestra, a Legnano deflagrate in tutta la loro evidenza, altrove tenute sottotraccia per evitare uguali e devastanti sbocchi. Insomma, personalismi, primogeniture, gelosie, rancori degli uni contro gli altri, come se non esistesse un domani che non riguardi la possibilità di prevaricare e mettere all’angolo gli avversari. Avversari, più facilmente nemici, che non si trovano soltanto negli schieramenti opposti ma sempre più spesso nei partiti alleati e, addirittura, nello stesso partito.

Il caso legnanese è soltanto la punta di un iceberg molto vasto, per riferirsi in esclusiva al nostro territorio, all’Alto Milanese e al Varesotto. Che il contesto sia come lo si descrive è confermato dalle difficoltà nella composizione delle liste e delle coalizioni per le amministrative di maggio. Non c’è città o piccolo centro chiamati alle urne tra meno di due mesi dove non si combatta una battaglia di veti contrapposti sulle candidature e sui ruoli da occupare nell’eventualità di un successo elettorale, cioè sui posti. Gli esempi si sprecano, vanno da Samarate, a Cardano al Campo a Tradate, fin giù nei centri minori: le bandiere di un tempo sono sostitute dalle facce dei singoli. Un bene per l’antipolitica dominante, un male per la politica alta, quella che faceva la differenza vera nei destini delle comunità.

D’accordo, Rino Formica, un socialistone della prima Repubblica, affermava che “la politica è sangue e merda”. Ma l’azione politica era quanto meno sostenuta dalle ideologie, da una destra, un centro e una sinistra. Oggi il confronto è ridotto alla cifra empatica, di pancia, dei quattro amici al bar che si gettano nella mischia senza nemmeno avere chiarezze di quanto vanno a fare. Oppure, a livelli romani, si sta assieme in forza di un contratto, attorno al quale si effettuano scelte che si contraddicono e contraddicono chi le fa.

“E’cambiato il mondo” giustificano i nuovi protagonisti della scena pubblica. Il punto è che, assieme al mondo, sono cambiati anche i valori, i riferimenti, gli ideali. E le teste. Così, per tornare a noi, nascono giunte rabberciate, esecutivi che stanno insieme con lo sputo, per carità di patria. Potremmo aprire un vasto dibattito su quanto si sente dire a Gallarate e a Busto Arsizio attorno alla consistenza dei rispettivi esecutivi, sulle modalità di gestione del Palazzo, sull’idea di comando e di rapporto democratico. Si sente dire, appunto: un gran chiacchiericcio, un diffuso pettegolezzo, mai uno che esca allo scoperto e dica apertis verbis ciò che pensa. Primo: salvare le chiappe.

“Il centrodestra non esiste più” avverte Giancarlo Giorgetti, leghista che la sa lunga ed è tutt’altro che uno sprovveduto. Probabilmente ha ragione. Il problema è che non esiste più la politica: le giunte di centrosinistra (Varese lo testimonia) navigano in mari altrettanto procellosi. E le soluzioni non sono le urne anticipate o a scadenza normale. Le soluzioni passano per le strade della disponibilità vera, della competenza, del saperci fare, della meritocrazia, della passione. Trovate le parole contrarie a tutto ciò e avrete lo scenario di oggi. Dentro il quale una giunta (Legnano) alza bandiera bianca non si sa bene per cosa e dove, a maggio, ci verranno proposti candidati in molti casi improbabili, scaturiti non da seri confronti e verifiche, ma da guerre per bande; candidati che ci toccherà pure di votare, non avendo di meglio. Perché “il meglio” ha altro da fare e lascia fare. Salvo poi recriminare.

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