Le poltrone vanno e vengono. E il territorio paga pegno

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  1. Per domenica 1 settembre il sottosegretario agli Interni Stefano Candiani ha convocato la stampa a Varese, nella caserma dei vigili del fuoco. In programma, oltre alla firma del decreto che istituisce il distaccamento dei vigili del fuoco volontari di Porto Ceresio, anche il bilancio dell’attività governativa a favore del Corpo. Con molta probabilità si tratta dell’ultima uscita ufficiale di Candiani con i “gradi” di sottosegretario, ruolo che dovrà passare di mano nella forte eventualità di un nuovo esecutivo che escluda la Lega, il suo partito di riferimento. Non c’è nulla di epocale in una simile notizia, se non il fatto che conferma un’ovvietà, di come in politica le poltrone, intese come incarichi di governo, vanno e vengono.

Gli oppositori della nascente maggioranza giallorossa la definiscono un poltronificio. E’ il tentativo di delegittimarne la sostanza politica, calcando la mano sulla composizione della squadra che, per forza di cose, si concretizza in una spartizione di posti e nella ricerca di equilibri di potere. E’ sempre accaduto così, da che l’Italia è diventata una repubblica parlamentare. Ma a seconda delle alleanze gli oppositori ne hanno sempre criticato il metodo spartitorio. Fa parte del gioco, non c’è nulla per cui scandalizzarsi. Tanto che a un certo punto comparve addirittura un manuale, il Cencelli, che definiva le modalità di assegnazione dei posti. Un “bigino” che non ha mai perso d’attualità.

Il problema ci pare essere soprattutto un altro. La repentina crisi di governo, al di là delle ragioni e dei torti, della sua intempestività e della sua reale esigenza, priverà una folta pattuglia di leghisti dei ruoli di comando e di sottocomando. Cosa che non viene vissuta con serenità anche qui, in provincia di Varese. Territorio che da decenni, perlomeno dall’impennata elettorale della Lega, prima di Bossi poi di Salvini, ha sempre espresso ministri, vice ministri, sottosegretari e ha portato nei palazzi romani, in enti e quant’altro, esponenti varesini e varesotti. Nemmeno alla vecchia Democrazia cristiana, che pure sotto il Sacro Monte ha veleggiato col vento in poppa per tanti anni, riuscì una simile calata sulla capitale. Altri i tempi, altro il baricentro del potere, altri gli uomini espressi dal nostro territorio. I quali non entreranno nei libri di storia come Umberto Bossi ma, di sicuro, hanno lasciato il segno.

E quelli di adesso? Per carità, nulla da eccepire. Molti di loro hanno svolto i loro compiti con dedizione, convinti di riuscire in qualche modo a cambiare in meglio le cose. Invece stanno preparando gli scatoloni dai ministeri di loro competenza. E si preparano a non toccare palla per un periodo più o meno lungo. Certo, Matteo Salvini profetizza sfracelli a breve per i suoi ex alleati pentastellati e per il Pd, porta la gente in piazza ma, piaccia o no, rimane fuori dalle stanze dei bottoni. Con lui l’intera sua squadra. Che per il Varesotto significa meno considerazione e importanza, costretto a privarsi di punti di forza e di possibilità di corsie preferenziali (politiche) sulla strada dello sviluppo e della soluzione di piccole e grandi questioni che incombono da anni.

Un ministro (Bussetti), due sottosegretari (Candiani e Galli), un potentissimo sottosegretario alla presidenza del consiglio (Giorgetti), più i parlamentari piazzati in posti strategici. La crisi di governo voluta dal Capitano Matteo Salvini poggerà su valide motivazioni, ma la provincia di Varese ne paga pegno. Fino al giorno in cui si “girerà il mondo” o si tornerà alle urne. Ma quando?

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