di Massimo Lodi
SIAMO A QUESTO. Ìmpera l’elogio della realpolitik, costi quanto debba costare. Centinaia di migliaia d’assassinati, distruzione della rilevante parte d’un Paese sovrano, affossamento dell’idea di democrazia, d’autodeterminazione dei popoli, del diritto internazionale riconosciuto e sottoscritto in tutto il mondo civile.
Ma a chi fregano simili bazzecole? Fregano a nessuno. Elogio a Trump che restituisce dignità allo Zar messo al bando dalla giustizia mondiale, elogio agli europei che han capito come bisogna blandire/adulare il tycoon, elogio paradossale al povero Zelensky che ha infine compreso l’incomprensibile. Meglio perdere un pezzo dell’Ucraina che perderla tutta. Meglio acconciarsi a una figuraccia-monstre che diventare una figurina da scarto. Meglio chinare il capo che rialzarlo con ostinazione.
SIAMO A QUESTO. 1) Bisogna riconoscere il potere della forza sull’impotenza della libertà. 2) Abbiamo la mente/l’animo così succubi dello stravolgimento da non farci cogliere la spaventosa gravitas d’una tale situazione. 3) Diamo per buono ciò che buono non è affatto. Risulta naturale e addirittura ovvio che si debbano fare i conti – fare i conti, orrenda espressione – con la supremazia della prevaricazione, l’ergersi del bullismo, la dittatura dei tracotanti. Zero plissé di fronte alla piega morale sotto la quale va schiacciandosi, al modo d’una sogliola, l’occidentalismo anti-dispotico.
SIAMO A QUESTO. L’interesse al quieto vivere dei più fortunati prevale sulla disgrazia del pessimo vivere toccata ai meno favoriti dal destino. È il trionfo d’una proterva ingiustizia. Precisamente, per restare al tema bellico: è il sacco dei nostri migliori sentimenti. Portati via dai brutali lanzichenecchi della contemporaneità nell’indifferenza della memoria etica che ci è cara, rappresentando l’ordine nuovo dell’armonia fra i popoli/le nazioni sbocciata dopo le follie del secolo nazi-fascio-comunista.
SIAMO A QUESTO. Ci sembra che sì, d’accordo, servirà pure qualche sacrificio per chiudere una guerra ormai di logorante durata, tre anni e rotti, ma insomma un prezzo va pagato. E lo si paghi, allora. Il più in fretta possibile. Affinché riprenda, lieto e fruttuoso, ogni conveniente traffico commerciale, governato dai padroni del pianeta diviso a blocchi. Grandi, armatissimi, minacciosi blocchi. Ineluttabile dominio della ragion storica? Forse no. Ineluttabile sottomissione d’una società dove il dominio appartiene a noncuranza, distacco, apatia: gl’incubatori delle autocrazie, dichiarate e mascherate. Una malattia che non dà scampo al sentimento di rispetto, onore, fratellanza. Resuscitarlo è la speranza riaccesa, pur nel linguaggio dalla prudenza diplomatica, da Leone XIV al rientro in Vaticano dopo la pausa ferragostana a Castelgandolfo: lo ascolteranno, lo ascolteremo? Sarebbe un miracolo: l’umiliazione del cinismo.
