Mio padre, il salvavita Beghelli e l’esercito degli arzilli vecchietti

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di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, quando possiamo parlare di anzianità o se volete di vecchiaia? Ebbene vi do una buona notizia. Un recente studio dei soliti giapponesi (che peraltro detengono il primato  della longevità) riguardante le recenti terapie cardiologiche per le persone in età, hanno definito con tecniche di indagine ineccepibili, che si può parlare di anziani dopo i 75 anni e di grandi anziani  dopo gli 85. A questa notizia mi sono sentito decisamente sollevato. Non so voi.
Ahimè! Possiamo forse ingannare noi stessi, non il tempo. Ne “L’ultimo Bacio ” i Muccino, la  madre (Stefania Sandrelli) chiede speranzosa alla figlia: “Ma dimmi, in fondo, che età dimostro?” E la figlia spietata: “La tua, mamma.” Oggi la vecchiaia è diventata insieme alla morte il tabù dell’uomo contemporaneo. Abbiamo creato un’intera classe di spostati, di infelici che prima non esisteva e che nelle società sviluppate continua ad ingrossare le proprie fila a causa  dell’invecchiamento prolungato e protetto. Siamo una società di vecchi che coltiva un paradossale e grottesco culto del giovanilismo andando così ad accrescere il senso di frustrazione, di inadeguatezza e di umiliazione degli anziani. “Il Salvavita Beghelli è il simbolo della condizione  del vecchio nella nostra società”. (Massimo Fini)
Quando compii cinquant’ anni (sono del ’46) mi venne spontaneo fare un confronto con quanto mio  padre, che era del 1910, e la sua generazione aveva vissuto nello stesso arco di tempo. Mio padre  aveva visto o attraversato il conflitto ’15-’18, il fascismo, la seconda guerra mondiale, il crollo del  regime, la resistenza, la caduta della monarchia, il ritorno della democrazia, la grande rinascita del  paese. Per me in cinquant’anni è cambiato tutto ma non è successo niente. Nella vita di mio padre è avvenuto l’opposto: è successo di tutto, ma non è cambiato niente. Il mondo valoriale di mio padre  è rimasto per mezzo secolo sostanzialmente invariato. Erano ancora i valori dell’800. Nel mio mezzo secolo di vita quotidiana ho conosciuto dei formidabili cambiamenti. Pensiamo all’aereo, al  turismo di massa, alla TV, al computer, alle comunicazioni, ai social, che hanno finito per incidere profondamente il terreno etico e sono riusciti a mutare i valori di riferimento. La generazione del ’68 non ha incontrato sulla sua strada nessun avvenimento traumatico e quindi  formativo. Vasco Rossi canta: “Voglio una vita spericolata”. Ma in questa società non è possibile avere alcuna vita spericolata se non nelle forme autodistruttive e solipsistiche della droga o di  qualche altra forma di autolesionismo. L’”educazione sentimentale” di questa generazione è stato il ’68 e basta. Ma solo Giampiero Mughini può confondere il ’68 con la battaglia di El Alamein o noi  tutti scambiare un concerto di Zucchero per un “evento”.
Cari amici, non vorrei avervi rattristato con questo racconto ma, abbiate fiducia, il seguito è di  sicuro migliore. Perché proprio per gli argomenti riportati, siamo tutti impegnati a dare “più vita ai  nostri anni”. Di recente in un bel film di Ritesh Batra con Robert Redford e Jane Fonda dal titolo  “Le nostre anime di notte” si narra la vicenda di due anziani che, rimasti soli, decidono di farsi  compagnia seppure in un modo che, in un ambiente di una piccola provincia del Colorado, può  suscitare qualche perplessità. I due protagonisti mettono in pratica uno dei consigli più importanti  degli esperti per combattere la fragilità che ci minaccia con il passare del tempo: quello di cercare di mantenere il meglio che si può le relazioni. L’anziano fragile non è solo quello che viene assalito  dalle patologie, ma piuttosto quello che perde la voglia e la capacità di interagire con le persone e con il mondo.
​Il declino legato all’età non è un pegno obbligatorio. La vulnerabilità può essere allontanata nel  tempo e la ricetta per riuscirvi è tutto sommato semplice: buone relazioni sociali per stimolare il  cervello, una dieta adeguata non troppo abbondante né carente di nutrimenti per mantenere il peso  forma, un’attività fisica regolare adeguata alle proprie condizioni di salute. La buona notizia è che il momento nel quale si diventa fragili non è scritto nei geni e può essere allontanato nel tempo.
Succede sempre più spesso: negli ultimi dieci anni i centenari sono cresciuto del 300% e oggi in  Italia sono circa 17mila. Su con la vita! Sorridete! Anche noi in età speriamo di poter far parte in  futuro dell’esercito degli energici arzilli  vecchietti!

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