MONZA – La Procura di Monza ha concluso gli accertamenti per un caso complesso che vede coinvolte le attiviste e scrittrici Carlotta Vagnoli e Valeria Fonte, note per il loro impegno sui diritti delle donne. Le indagini, condotte dal pubblico ministero Alessio Rinaldi, si sono concluse con l’integrazione del reato di stalking in due distinte denunce, una delle quali presentata da Serena Mazzini, esperta di social media e autrice del libro ‘Il lato oscuro dei social network’.
L’origine della vicenda: il metodo del “Call Out”
La vicenda ha avuto inizio a seguito della denuncia di un uomo, identificato come A.S., che sarebbe stato preso di mira dalle attiviste Vagnoli e Fonte (e inizialmente anche da Benedetta Sabene, ora esclusa dalle querele di Mazzini) con il metodo del “call out”. L’uomo era stato bollato come “abuser” con l’accusa di aver avuto contemporaneamente relazioni con due conoscenti delle attiviste, pur non essendoci segreti sulle sue frequentazioni. Secondo le risultanze del magistrato, lo stalking si sarebbe concretizzato proprio nell’utilizzo del “call out” – ovvero, una sorta di “macchina del fango” attuata sui social media e non solo – con l’obiettivo di emarginare A.S. dalla vita sociale, lavorativa e da spazi pubblicitari. Uno degli episodi più gravi e rilevanti ai fini dell’indagine sarebbe avvenuto nel territorio di competenza della Procura brianzola.
Il ruolo di Serena Mazzini e la contro-denuncia
Nel corso delle indagini relative al primo esposto, Serena Mazzini è stata sentita come testimone. In tale occasione, è emerso che in un gruppo Telegram di suoi follower, denominato “Safe” e composto in gran parte da persone della comunità Lgbtq+, venivano aspramente criticati e stigmatizzati i comportamenti delle influencer e attiviste. A seguito di ciò, anche Serena Mazzini sarebbe diventata bersaglio delle medesime condotte persecutorie da parte di Carlotta Vagnoli e Valeria Fonte. Inizialmente la Mazzini aveva presentato una denuncia autonoma per diffamazione, ma il pm Rinaldi ha riconosciuto anche in questo caso l’integrazione del reato di stalking, applicando le ultime sentenze della Cassazione che riconoscono la gravità e la “potenza enorme” delle azioni violente digitali.
Le reazioni e la necessità di educazione digitale
L’avvocato di Serena Mazzini, Barbara Indovina, ha commentato la chiusura delle indagini per stalking – avvenuta anche ai sensi del Codice Rosso – sottolineando la gravità del caso. «Certi comportamenti sui social sono azioni violente, hanno una potenza enorme e producono esiti psicologici devastanti – ha dichiarato l’avvocato, aggiungendo che – ci vuole un’educazione digitale». La legale ha evidenziato come la «macchina del fango» continui ancora oggi, a distanza di un anno. La Procura ha ritenuto che il metodo del “call out” – un “plotone di esecuzione” virtuale – abbia avuto l’intento di «annientarla dal punto di vista sociale», come dimostrato anche da post e telefonate a organizzatori di convegni per dissuaderli dall’invitare la Mazzini.
La querela che a sua volta Vagnoli aveva presentato contro Mazzini è stata archiviata. Le difese delle attiviste, da quanto si apprende, si dicono convinte di poter dimostrare la loro innocenza. Ora si attendono i prossimi passi del procedimento giudiziario.
