Morte al pronto soccorso: l’infermiera racconta ai giudici il “protocollo Cazzaniga”

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BUSTO ARSIZIO – Ha fornito la propria versione dei fatti rispetto a quello che accadde all’interno del pronto soccorso di Saronno. Questa mattina, 15 giugno, in aula al Tribunale di Busto Arsizio era presente Clelia Leto, l’infermiera coraggiosa che attraverso la propria denuncia fece scattare l’inchiesta che portò all’arresto di Leonardo Cazzaniga, vice primario del pronto soccorso e all’incriminazione di una dozzina di figure apicali dell’azienda ospedaliera, tra medici e dirigenti.

Un medico particolare

“Ho conosciuto Cazzaniga dal 2012 da quando avevo iniziato a lavorare a Saronno. Era il vice primario. Cazzaniga era molto particolare, aveva un comportamento sopra le righe con tutti, anche con gli infermieri. Faceva anche domande imbarazzanti. A me chiese se mi piacessero i rapporti orali. Ho l’immagine nitida di Cazzaniga che prendeva farmaci dal boccetto. Il 7 agosto 2014 abbiamo visto Cazzaniga prelevare medicinali e portarli a casa. Lui diceva che gli servivano per i cani. Lui e Laura erano molto intimi. Sapevo che erano amanti già da prima del mio arrivo. Non era una relazione nascosta. Ricordo che si salutavano, dicendo ciao amore mio, ciao amore mio”.
“Con alcuni pazienti aveva rapporti di familiarità e compiacenza anche nella cessione dei farmaci.
Non tolleravamo che durante il servizio assumesse farmaci, una volta addirittura biascicava. Più volte avevo segnalato questa situazione. Ma non si fece nulla. Molti si erano lamentati di questo atteggiamento e tanti non volevano lavorare con lui”.
“Il nostro rapporto – ha aggiunto – era a volte sereno a volte conflittuale”.

Comportamenti inquietanti

Cazzaniga sta rispondendo di omicidio volontario poiché è accusato della morte di una dozzina di pazienti, ma anche di tre morti in ambito familiare. Continua la teste: “Mi era stato riferito che in qualche caso era stato provocato il decesso dei pazienti. Mi ricordo che all’inizio mi dissero di stare attenta.
Ricordo della morte di un malato con rottura del femore. Mi avevano raccontato che il paziente si lamentava per il dolore e gli fu somministrata della morfina in sovradosaggio. I colleghi mi dissero che in assistenza bisognava stare attenti al sovradosaggio”.
Poi c’è la storia di una signora anziana con respiro difficoltoso in codice rosso. “Dopo un primo intervento la signora era migliorata. Cazzaniga disse che ero egoista e che in quel modo gli allungavo l l’agonia e che non gli stavo facendo un piacere. Lui disse di esser favorevole all’eutanasia. Abbiamo discusso in modo animato. Una volta venne un paziente anziano e lui disse che quell’uomo era solo un organismo e che non aveva più nulla di umano e che in quel modo gli si allungava l’agonia. Mi diceva che ero troppo empatica per lavorare con certi pazienti. Nei miei confronti c’era provocazione, mi diceva che mi avrebbe ammazzato”.

Le minacce a chi sapeva

“Mi disse che sarei morta di cancro all’utero e che non avrei avuto vita lunga. Avevo fatto la segnalazione della morte di Angelo Lauria. Quando arrivò la paziente mi disse di somministrare dei farmaci ma io sapevo che quei farmaci non avrebbero aiutato la malata, ma avrebbero potuto produrre un arresto cardiocircolatorio e mi rifiutai. Sapevo che era il famigerato protocollo. Mi disse che se non me la sentivo, avrebbe fatto lui ma io gli dissi che non poteva farlo neanche lui. Lui mi disse che mi avrebbe ucciso, in senso di fine professionale. Quando vide la mia forte opposizione decise di desistere. Gli dissi che l’avrei denunciato. Feci segnalazione scritta”.
Poi c’è stato il caso di un decesso: “Incontrai un infermiere che era presente in assistenza. Raccontò che era arrivato per un’emergenza immediata. Riferì poi che il paziente morì dopo che gli erano stati somministrati farmaci pesanti. Rimasi colpita perché era avvenuta in coincidenza con l’altra signora. A quel punto ho capito che la storia del protocollo di cui si parlava era vera. Il protocollo si concretizzava con l’uso di farmaci utilizzati su persone compromesse. Non so perché usassero questo termine. Ne avevo sentito parlare fin dal mio arrivo. Ricordo il periodo del ricovero del suocero di Laura Taroni, Luciano Guerra, vidi Cazzaniga che aspirò del midazolan da un paio di fiale con una siringa e la rimise in tasca. Ci scambiammo uno sguardo e se ne andò”.

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