Nell’inceneritore di Accam è bruciato anche il buon senso

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Un grande pasticcio? Più facilmente uno psicodramma politico/amministrativo che chiama in causa i ventisette Comuni soci e, con loro, la Regione, nonostante quest’ultima si sia, di fatto, chiamata fuori. Stiamo parlando di Accam, la società che gestisce l’inceneritore dei rifiuti di Borsano, struttura che versa in uno stato comatoso aggravato dall’incendio di un mese fa, attorno alla quale si addensano nubi minacciose sul versante gestionale e finanziario.

Siamo a un passo dal fallimento. Qualcuno lo ammette, qualche altro lo sussurra, i più coraggiosi tengono aperta una breccia sul futuro. Giratela come vi pare, ma la situazione stavolta è molto pesante. Meglio, per dirla con un aforisma spesso abusato, la situazione è grave ma non seria. Grave per tutto quel che si sa, di detto e non detto, come se tacere le informazioni servisse a recuperare l’irrecuperabile; come se a pagare il conto del disastro che si va profilando non debbano essere i cittadini che versano fior di quattrini per conferire la rumenta, ma qualcuno di indefinito che opera per i fatti suoi. Insomma, silenzi che offendono coloro i quali mettono mano al portafogli per onorare fior di tariffe.

La situazione non è seria per via della politica, che da anni ravana attorno ad Accam con diverse posizioni senza arrivare a uno sbocco. Se non fossero in gioco i denari della collettività, ci sarebbe da sbellicarsi dalla risate di fronte a tanto dilettantismo, alle primogeniture, alle idee balzane di molti, agli allarmi e agli allarmismi più o meno giustificati, alle impuntature e alla incapacità di fare squadra.

Da queste premesse, i Comuni soci e il Consiglio di amministrazione sono chiamati a sbrogliare una matassa, anzi, un ginepraio senza precedenti, peggiorato dalle indeterminatezze del passato, da un revamping in discussione da almeno tre lustri e mai attuato, dalle aspettative di chi briga per spegnere l’impianto con legittime motivazioni ambientali e chi invece vorrebbe sfruttarne le potenzialità. Il problema è che per l’una o l’altra soluzione servono investimenti (pensiamo soltanto all’eventuale bonifica in caso di chiusura), cioè danée che non ci sono. Una magra che i danni provocati dall’incendio ha ampliato a dismisura, alla luce, tra l’altro, della mancanza di coperture assicurative. Da non credere.

Sopra a tutto ciò svolazzano le grane giudiziarie che hanno colpito il vecchio Cda. Nulla che possa incidere sulla scelte definitive di soci e attuali amministratori, molto per suscitare perplessità su una gestione approssimativa e, fino a prova contraria, con molti sospetti ancora da chiarire.

Come se ne esce? Non possediamo gli strumenti tecnici per indicare strade percorribili, quanto meno non tocca ai giornalisti farsi carico di guai creati dalla politica, che ora dà l’impressione di avvilupparsi su se stessa con gli scaricabarile o, peggio, con le fughe dalle proprie responsabilità. Né possediamo la boccia di vetro per leggere come andrà a finire. Ci sovviene soltanto la metafora che dentro ai forni di Accam siano andati in cenere anche la professionalità e il buon senso, che sono mancati in tutti questi anni e che ancora mancano.

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