Sergio Ramelli aveva soltanto 18 anni quando fu assassinato a Milano. La sue uniche colpe erano di appartenere al Fronte della Gioventù e di avere scritto, all’Itis Molinari, scuola che frequentava, un tema in cui sottolineava la pericolosità delle Brigate Rosse e delle varie sigle dell’estrema sinistra che spargevano odio e terrore nel Paese. Era il 1975, nel pieno degli “anni di piombo”, il periodo più tragico per l’Italia del Dopoguerra.
Ramelli oggi è diventato una delle icone della destra, che lo ricorda anche attraverso l’intitolazione di vie e piazze in molte città. Queste scelte riguardano la toponomastica, di competenza delle singole amministrazioni civiche, quindi, delle istituzioni. Come è accaduto a Busto Arsizio dove, nella mattinata del 5 aprile, è stato inaugurato uno slargo nel nome del povero studente barbaramente trucidato. Tutto legittimo? Certo, se non fosse che simili manifestazioni rischiano di avere l’unico sigillo di Fratelli d’Italia, di travalicare il senso istituzionale e di trasformarsi in vessilli di partito. Le maggioranze di centrodestra nei consigli comunali avallano quasi sempre le proposte di intitolazione (Busto è uno degli esempi) che arrivano dai meloniani, ma non è detto che non lo facciano per una questione di garbo politico verso gli alleati. Nella convinzione sottaciuta che Ramelli non è il solo martire di quell’epoca, che altre persone subirono l’infamia omicida del terrorismo, non sempre o soltanto di matrice comunista.
Proprio giovedì scorso, dopo 51 anni (!), è arrivata la condanna di primo grado per uno dei presunti autori della strage di Brescia, uno dei più crudeli attentati della cosiddetta “strategia della tensione”. Ci furono otto morti. Loro non vanno onorati nella toponomastica di una città? E la stazione di Bologna nel 1980? Prima ancora piazza Fontana a Milano nel 1969? Secondo i processi furono stragi compiute da esponenti della destra eversiva con la complicità di apparati deviati dello Stato. L’elenco degli attentati sarebbe lungo, chiama in causa le diverse categorie dell’eversione nera e rossa, attorno alla quale si è già scritto e detto di tutto. Non sempre a tutela della memoria di coloro che hanno pagato il prezzo più alto con la vita. Tra il 1969 e il 1984, per mano del terrorismo di sinistra e di destra si sono contati 360 morti, dei quali 156 in stragi e i rimanenti in aggressioni individuali, con migliaia di feriti.
Per questo ci sembrano centrate le proposte di unificare il loro ricordo con un’unica intitolazione che non faccia distinzioni di appartenenza e apra finalmente la strada, quanto meno ideale, per la pacificazione. Verso la quale, nonostante il 9 maggio sia la giornata dedicata proprio alle vittime del terrorismo, non tutti i partiti vi concorrono con la stessa convinzione. Il Partito democratico rilancia spesso questa necessità, sostenuto più o meno sottotraccia anche da esponenti del centrodestra, capaci di andare oltre la propaganda di partito e le proposte divisive. Un passo difficile per una mondo politico che, come possiamo constatare tutti i giorni, predilige la rissa ai confronti e al dialogo, pur nella doverosa distinzione dei ruoli, delle idee, delle identità. Si tratta di una sfida comportamentale, etica e di coscienze, per riannodare il filo della memoria per le tante, troppe efferatezze di una lunga stagione di violenza e di misteri che ha cambiato il nostro Paese. Il punto è però questo: lo si vuole davvero?
A Busto si svela Largo Sergio Ramelli tra tanti “Fratelli”. Frassinetti: «Figlio d’Italia»
