Sir Thomas More, ucciso il 6 luglio

chiesa cristiani patrini

di Luigi Patrini

Il 6 luglio del 1535 fu decapitato per ordine di Enrico VIII d’Inghilterra uno dei più illustri uomini di cultura di tutti i tempi, già Cancelliere di Sua Maestà e patrono dei politici dall’anno 2000. In Italia è più noto con il nome Tommaso Moro.
Egli   è   l’incarnazione   perfetta   di   quello   che   Jacques   Maritain   definiva   “Un   uomo   che   esiste volentieri”, qualificando in tal modo quello che considerava il risultato di una vera educazione cristiana. Tommaso Moro fu un grande cristiano che visse volentieri, nel duplice senso che il termine esprime, cioè “con piacere” e con una propria adesione (“volente”, da “libero”): la vita va vissuta , non   subìta  , perché la vita è un dono dato da un Padre amoroso e buono.Il celebre assioma di S. Ambrogio “Ubi fides ibi libertas” trova in lui una grande espressione: dietro il   volto   serio   di   Sir   Thomas   c’è   quella   profonda   letizia   che   nasce   da   una   fede   che   è riconoscimento di una “Presenza presente”, così reale da rendere possibile la libertà, la letizia, la gioia e che lo rese capace di sincera ironia. Dove c’è la fede, in effetti, lì c’è la letizia e, soprattutto, c’è il sorriso della libertà!
Tommaso Moro visse il primato della coscienza, come spesso evidenziò il suo grande ammiratore Benedetto XVI. Mi piace ricordare, a questo proposito, quanto scrisse il Cardinal Newman in una lettera al duca di Norfolk, che faceva ironia su di lui, passato dall’anglicanesimo al cattolicesimo: “Se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo, allora certo io brinderei per il Papa; ma prima per la coscienza e poi per il Papa”. Anche    il Cardinal Ratzinger, in un libro molto bello (“  Chiesa, ecumenismo e politica”, edito nel lontano 1987), così si esprime: “Solo l’assolutezza della coscienza è l’opposto assoluto nei riguardi della tirannide; solo il riconoscimento della sua inviolabilità protegge l’uomo nei confronti dell’uomo e nei confronti di se stesso; solo la sua signoria garantisce la libertà”: parole che testimoniano la grande attualità di sir Thomas More.
Un’ultima cosa vorrei sottolineare: ultima, ma forse più significativa. C’è una bella preghiera di More, che dice all’incirca così: “Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso cambiare, la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e l’intelligenza, infine, per capire quali sono le prime e quali le seconde”. E’ una preghiera universale: chiunque la può recitare, quale  fede religiosa! Ebbene: da dove viene questa saggia preghiera di Tommaso Moro? In essa  la consapevolezza dell’essere “servo inutile” (“anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili; abbiamo fatto quanto dovevamo fare”,  10). Noi non possiamo “gloriarci” di nulla, se non delle nostre debolezze, il bene è opera di Dio; è Lui solo che fa il bene: è una visione di fede purissima, quella di Thomas More,  ben presente quello che Cristo dice ai suoi discepoli, quando li ammonisce: “Non rallegratevi perché i dèmoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”.
In sintesi possiamo dire che ciò che attrae di Thomas More è il suo essere un testimone  dice “martire”). La sfida è proposta anche nella sua opera più nota, Utopia, un’isola che – come ha osservato acutamente Francesco Cossiga, suo appassionato studioso – è lontana nello spazio, ma non nel tempo (a differenza dell’utopia di Marx, che si realizzerà con il “sol dell’avvenire”, cioè mai!). Un’isola in cui potremmo vivere anche noi, se sapessimo superare la frattura fra la nostra fede e le nostre opere concrete, un’isola che sarebbe nient’altro che il concretarsi di quel centuplo che potremmo già gustare ora se sapessimo metterci davvero alla sequela di Cristo.

Sir more patrini – MALPENSA24