Tragedia dell’Heysel: “Io diciottenne nell’Inferno dello stadio”

Mario Raimondi 

Rosso un colore che ha segnato la vita di Giovanni.

Rosso come quello che è stato il colore di una zona, quella di Codogno, nella quale Giovanni vive e lavora. Una zona che ha drammaticamente segnato la storia dell’Italia contemporanea. Giovanni è di Casalpusterlengo, uno degli undici comuni della “zona rossa”, costituita dopo il primo caso di positività al Covid 19 registrato lo scorso mese di febbraio all’Ospedale di Codogno.
Rosso come il colore del Liverpool e dei tifosi inglesi che nella notte dell’Heysel di 35 anni fa furono i protagonisti di una delle tragedie più dolorose della storia del calcio.
“Stiamo parlando di due situazioni molto dolorose, ma diverse – spiega – La “zona rossa” ci ha cambiato la vita, per sempre. Ha coinvolto tutti. Le restrizioni iniziali sembravano eccessive, invece con il passare dei giorni si sono rivelate necessarie. Tanta, troppa gente non c’è l’ha fatta. Abbiamo vissuto momenti di grande sconforto e paura. La nostra famiglia non è stata coinvolta in prima persona, siamo stati fortunati. Però non possiamo non pensare ai tanti nostri vicini che hanno vissuto vere e proprie tragedie. La notte dell’Heysel, invece, ha cambiato il mio modo di interpretare il calcio, anche se continuo a seguirlo. Sono episodi diversi, ma terribili, che ti segnano per sempre”.

Il ricordo del passato serve per costruire un futuro migliore. Ricordare e tramandare i fatti alle generazioni future è una cosa necessaria per evitare il ripetersi di certi errori. O meglio, orrori, come quello del 29 maggio 1985. Un giorno nel quale si è scritta una delle pagine più nere della storia del calcio.

“Doveva essere un’espressione della festa, invece quello striscione diventò un segnale per tranquillizzare le nostre famiglie.” – puntualizza Giovanni – Fino alle 20 fu una festa. Poi improvvisamente iniziammo a notare onde di persone che si spostavano nella curva opposta alla nostra e capimmo che stava succedendo qualcosa di anomalo. Più tardi abbiamo intravisto qualcuno a terra e il muro crollato. La distanza ci impediva di capire realmente la situazione. Nel momento del collegamento della Rai con l’Italia pensammo di alzare lo striscione, quello con scritto Casalpusterlengo per far capire ai nostri famigliari che eravamo posizionati in una zona diversa rispetto a quello che stava accadendo. Avevamo i biglietti nella curva riservata ai tifosi della Juventus, esattamente nella parte opposta rispetto al settore Z”.

Giovanni aveva sognato a lungo di assistere a quella finale in programma a Bruxelles……

“Volevo esserci a tutti i costi. Ricordo i sacrifici economici fatti per acquistare il biglietto. Avevo da poco compiuto 18 anni e i miei genitori non volevano assolutamente che partissi senza tagliando. Siamo partiti in pulmino con un gruppo di nove amici, con molti dei quali eravamo stati l’anno precedente alla finale di Coppa delle Coppe a Basilea. Fu un viaggio con qualche imprevisto e in Svizzera abbiamo avuto anche un problema con la cinghia di trasmissione. Un camionista si è fermato per aiutarci e, segno del destino, ci indicò un suo conoscente di Liegi che aveva dei biglietti per tre nostri amici che erano partiti dall’Italia senza tagliando. Siamo arrivati a Bruxelles direttamente nella zona dello stadio. Nel pomeriggio abbiamo passato qualche ora nel parco in fianco all’Heysel. C’erano prevalentemente inglesi con i quali, dopo qualche timore iniziale, riuscimmo anche a stabilire un buon rapporto. Abbiamo condiviso le nostre bandiere e qualche cosa da bere: niente lasciava presagire quello che sarebbe successo poco dopo. Rimasi impressionato dalla quantità di tifosi inglesi sprovvisti di biglietto: direi la maggior parte. Mio fratello minore Alessandro, invece, arrivò a Bruxelles in treno in compagnia di mio zio, con un viaggio organizzato da un’agenzia. Loro avevano i biglietti in tribuna centrale, non distanti dal settore Z”.

Ma cos’è successo, dal vostro punto di vista, in quella curva?

“Penso e spero che non ci sia stata premeditazione da parte degli inglesi. Quel settore era troppo piccolo per contenere tutti i supporter del Liverpool. La nostra sensazione è che molti tifosi inglesi forzarono l’ingresso e cercarono di prendere spazio nel settore Z, dove c’erano famiglie di tifosi italiani. Alcune persone all’avanzare degli inglesi, molti con qualche birra di troppo in corpo, iniziarono a spostarsi velocemente creando una calca di gente che fece pressione contro il muretto, poi crollato. Probabilmente ci fu anche qualche tentativo di reazione e degli scontri. Se ci fossero stati degli ultras, la situazione poteva avere un’evoluzione diversa: per certi versi anche meno tragica. Dalla nostra posizione si vedeva solo una parte del muro crollato e delle persone a terra. Nessuno poteva immaginare l’entità di una tragedia”.

Quando scattò l’idea di alzare lo striscione?

“Quando capimmo che era partito il collegamento tv con l’Italia pensammo di far alzare in curva il nostro passamano. Volevamo far capire a chi era a casa che non eravamo coinvolti negli scontri. Non c’erano i telefonini e non potevamo parlare con le nostre famiglie. Quella grande bandiera è stato l’unico modo per comunicare con chi stava in Italia”.

Che ricordo avete dello stadio e dell’organizzazione?

“Una struttura difficile da immaginare. Alzando il braccio si poteva toccare il punto più alto del muro di cinta. Noi entrammo da una porticina in ferro, larga come una porta di casa. C’era tanta confusione e non c’era una presenza massiccia delle forze dell’ordine, come invece succede oggi, ma solo qualche poliziotto a cavallo. Ricordo che qualcuno riuscì a sgretolare alcuni pezzi dei gradoni per lanciare delle pietre ad alcuni tifosi inglesi che ad un certo punto si presentarono in pista”.

La partita si doveva giocare?

“Si. Non oso pensare cosa sarebbe successo in caso contrario. La situazione sarebbe diventata ingestibile. Qualcuno voleva organizzare delle spedizioni verso la zona dei tifosi inglesi. Invece durante i novanta minuti si pensò ad organizzare il deflusso. Scirea e Cabrini si presentarono sotto la curva dei tifosi italiani: invitarono a mantenere la calma, spiegarono che c’erano stati dei disordini ma che la partita si sarebbe giocata. Non si parlò di morti. Dalle parole di alcuni soccorritori della Croce Rossa si poteva intuire che la situazione era grave. Nessuno però poteva immaginare un disastro di quelle proporzioni”.

Fu partita vera?

“Dal nostro punto di osservazione direi di si. Dopo i primi minuti, durante i quali l’atmosfera sembrava surreale, le due squadre si affrontarono a viso aperto. L’azione di Boniek si è sviluppata nella metà campo più lontana e la prospettiva non ci ha permesso di capire i dettagli. Platini trasformò il rigore. Per noi fu una partita vera e anche durante la consegna della Coppa nessuno di noi aveva ancora capito cosa era successo qualche ora prima”.

Quando vi siete resi conto della reale dimensione dei fatti?

“Allo stadio mai, non potevamo immaginare una situazione così grave. Solo il giorno dopo, giunti all’autogrill in Italia, comprammo i giornali e capimmo l’entità dei fatti. Qualcosa di tremendo. Incredibile, siamo rimasti a lungo senza parole. La sera prima subito dopo la partita, avevamo avuto la sensazione di rischiare qualcosa e infatti abbiamo lasciato Bruxelles in fretta e furia. Avevamo quello striscione enorme sulle spalle e ad un certo punto, durante il deflusso, qualcuno segnalò la presenza di tifosi inglesi. C’era il terrore. Noi siamo andati dritti verso il nostro pulmino e ci siamo fermati a dormire sulla via del ritorno”.

Come è nata l’idea di fare lo striscione e cosa ne è stato poi?

“Era uno striscione “passamano” enorme che ci costò alcuni mesi di lavoro. Sullo sfondo bianco c’erano al centro una Coppa dei Campioni e ai lati una zebra con gli altri trofei. Nella parte superiore la scritta “Forza magica Juve”. E nella parte inferiore “Casalpusterlengo è con te”. Dopo la notte dell’Heysel abbiamo aggiunto una striscia nera con la frase: “29-5-1985 resterete sempre nei nostri cuori”. Avevamo comprato la stoffa qualche mese prima nella zona di Bergamo. Poi un artista del basso lodigiano si impegnò a disegnarlo. Tutte le sere per almeno due mesi ci siamo ritrovati in un capannone con un gruppo di quindici persone per dipingerlo. Poi, prima di partire, abbiamo fatto le prove e qualche foto sulle rive del Po, a Corte Sant’Andrea. Non avevamo idea delle dimensioni della curva dello stadio di Bruxelles. L’anno successivo abbiamo portato qualche volta lo striscione in Curva Filadelfia e poi lo abbiamo lasciato allo stadio, in custodia a tifosi organizzati”.

Segui ancora la Juventus?

“Si, sempre con alcuni amici. Da 35 anni faccio ininterrottamente l’abbonamento. Oggi in tribuna ovest. La notte dell’Heysel mia ha segnato, ma io ho sempre considerato il calcio cercando di scindere il fenomeno sportivo da episodi di violenza che purtroppo sono avvenuti. Sono rimasto sconvolto e ho preferito non approfondire i fatti di quella notte, ma ho continuato a seguire il calcio”

Cosa si prova oggi quando qualcuno rievoca ancora quella notte con striscioni o cori?

“Chi lo fa dovrebbe vergognarsi. Penso che molti ragazzi non sappiano nemmeno il significato di certi cori o striscioni. Oggi alcune curve sono frequentate da giovanissimi che nel 1985 forse non erano neanche nati. In ogni caso tutte le tifoserie che rievocano episodi in cui ci sono state delle vittime, di qualsiasi appartenenza, si dovrebbero vergognare”.

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