Mentre nel mondo ci si interroga con preoccupazione sul futuro all’indomani del blitz americano in Venezuela e sulle successive, allarmanti minacce del presidente Trump (“E’ un presidente che fa quello che dice”) in Italia si polemizza sul passato. Su una serie di misteri del Belpaese che, date le reazioni, sembrano preoccupare molto più rispetto a quanto potrebbe succedere a livello internazionale. Sì, perché come documentato domenica 4 gennaio da Report, la trasmissione televisiva di Sigfrido Ranucci, il passato potrebbe svelare verità scomode, anzi, scomodissime per alcuni apparati istituzionali coinvolti, secondo ipotesi, indizi, rivelazioni e intercettazioni, in attentati, depistaggi, manipolazioni e quant’altro di tremendo è accaduto dalla strage di piazza Fontana (era il dicembre del 1969) in poi.
L’inchiesta giornalistica di Report questa volta ha posto l’attenzione su Capaci e su via D’Amelio, dove morirono i giudici Falcone e Borsellino e gli uomini e le donne delle loro scorte. In sintensi: dietro a quegli attentati, accertate le responsabilità della mafia, si intravvederebbe la longa manus dei servizi segreti deviati e di personaggi legati alla destra eversiva. Presenze inquietanti, rintracciate più o meno palesemente in molti fatti che vanno sotto la sigla della cosiddetta “strategia della tensione”.
Tutto o molto da provare, tutto o molto di sospetto. Fatto è che il centrodestra mette ora sotto accusa il giornalista che ha firmato, assieme ad alcuni colleghi, i servizi televisivi contestati. Soltanto alcuni mesi fa, la maggioranza di governo si schierava al fianco di Ranucci e a favore della libertà di stampa dopo che un ordigno fece saltare la sua auto davanti alla sua abitazione. Oggi, con la messa in onda della trasmissione, Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato di Forza Italia, denuncia che, diffondendo colloqui investigativi, si commette una illegalità. Di più: “Ranucci, Report e la Rai negano una verità affermata dal Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, De Luca, in commissione antimafia, dove erano presenti anche esponenti della sinistra che hanno sentito con chiarezza le parole di un magistrato serio, che ha detto che talune “piste nere” inventate ed alimentate da certi programmi e dai suoi sodali politici e non, valgono “zero tagliato”. E che alcuni collaboratori di giustizia hanno diffuso bugie soltanto per avere un compenso. Ma i compagnucci negano questa verità. Ranucci diffonde teorie infondate e chiama in sua difesa la solita compagnia di giro».
Insomma, per Gasparri, si tratta di una colossale bufala. Una fake news al pari di quanto si dice e si scrive, si è detto e si è scritto, su decine di altri episodi destabilizzanti che hanno attraversato gli ultimi decenni della nostra Repubblica. Meglio,”la notte della Repubblica” come l’aveva definita Sergio Zavoli nella sua storica inchiesta sull’Italia delle stragi e del terrorismo. Le cui matrici si rintracciano a destra come a sinistra, nella destra eversiva e nelle brigate rosse, nelle frange di associazioni e gruppi “neri” e negli efferati delitti “rossi”: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro su tutti.
Proprio il 6 gennaio del 1980, 46 anni fa, veniva assassinato a Palermo Piersanti Mattarella, un altro anniversario che rientra nella tragica conta dei morti per mano mafiosa ma con la presunta collusione dell’ ”antistato”. Processati e assolti due esponenti dei Nar, Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, che furono ritenuti gli esecutori materiali di quel delitto. Un altro mistero, un’altra vicenda destinata a restare nelle nebbie di una nazione che ha paura del proprio passato. E che ritiene essere un problema le inchieste giornalistiche e la stampa in generale, non gli assassini e, soprattutto, i loro mandanti.
