di Cinzia Di Pilla*
Prevenzione, cultura, concretezza. Oggi affrontiamo un altro 25 novembre. Un’altra Giornata Internazionale Contro la Violenza Sulle Donne. Molto è stato fatto e moltissimo c’è ancora da fare su un fenomeno che ci coinvolge tutti. Per questo pongo una semplice domanda: oggi il mondo si mobilita, e domani? A legittimare questa mia domanda sono i dati forniti dal ministero dell’Interno: in Italia dal primo gennaio al 3 novembre 2024 sono stati registrati 263 omicidi: 96 vittime erano donne, 82 uccise in contesti familiari o affettivi e 51 per mano del partner o dell’ex partner. Come ho detto, molto è stato fatto. Il numero delle vittime che denuncia o si rivolge ai centri antiviolenza, come ad esempio E.Va Odv, è in aumento. Questo significa che molte più donne maturano la volontà di sfuggire alla violenza e si affidano alle istituzioni. E questo è un dato importantissimo. Molto c’è ancora da fare, però.
E allora fissiamo almeno tre punti cardine sui quali è fondamentale lavorare per scardinare quello che sta diventando un sistema. Prevenzione. Le campagne di sensibilizzazione promosse da istituzioni, associazioni e centri antiviolenza sono molteplici. Chi dobbiamo sensibilizzare? Le vittime, naturalmente, mostrando loro che dire basta alla violenza è possibile. Gli abusanti che devono gioco forza essere rieducati una volta scontata la loro pena. Che una volta tornati in libertà useranno violenza ad una donna (magari alla stessa) senza un’adeguata rieducazione deve essere considerata quasi una certezza. E i più giovani. Le ragazze e i ragazzi.

Questa è la ragione per cui E. Va Odv, da anni, è presente nelle scuole del nostro territorio. L’incontro con i più giovani è un’ipoteca che si vuole mettere su un futuro diverso. Noi parliamo alle ragazze, la gelosia non deve essere scambiata per amore, il possesso non indica un sentimento, la geolocalizzazione è qualcosa che non deve essere accettata. E parliamo ai ragazzi. Giovani uomini che devono comprendere cosa significa il rispetto dell’altro. Comprendere che la violenza, anche quella psicologica, la volontà di controllo, non possono fare parte di un rapporto. E che questi comportamenti hanno delle conseguenze. In questo ambito l’omicidio di Giulia Cecchettin ha segnato dolorosissimo punto di svolta per una presa di coscienza di alcuni comportamenti. Nei mesi gli accessi al nostro centro da parte di giovani e giovanissimi sono aumentati. A noi si sono accostati anche genitori di minori. E questo è un fatto importantissimo nell’ambito della prevenzione.
Il tema ci porta direttamente al punto due: la cultura. O meglio una diversa cultura. La violenza di genere non è un tema sul quale si possa polemizzare. Mi limito a porre uno spunto di riflessione: il fenomeno è trasversale. Aggiungo, purtroppo. Non ci sono etnie, nazionalità o ceto sociale che tengano. Cambiare la cultura che vede la donna un passo indietro, la donna come oggetto di possesso. È questo che deve cambiare. Deve cambiare in ambito educativo, in famiglia, a scuola. Nel lavoro, ancora oggi le donne, a parità dei colleghi uomini, guadagnano meno. Deve cambiare nell’ambito dei diritti garantiti, del sostegno alle madre lavoratrici perché la non indipendenza economica è, sulla base della nostra esperienza, uno dei principali motivi che spingono le donne a subire condizioni inaccettabili.
Arrivo all’ultimo tema. Quello della concretezza. Qui il nostro territorio può davvero essere un esempio. Nel tempo abbiamo lavorato, tutti insieme, sul concetto di fare rete per sostenere le vittime. Una rete che coinvolge i Comuni, i centri antiviolenza, le realtà sanitarie, diversi professionisti quali, ad esempio, psicologi o avvocati, strutture di accoglienza, forze di polizia, magistratura e, perché no, anche realtà produttive per un eventuale ricollocamento lavorativo delle vittime. Concretezza, lavoro, dialogo. Sono i punti dai quali partire affinché non ci si debba più porre la domanda: e domani?
*psicologa, psicoterapeuta, coordinatrice del Centro Antiviolenza E.Va. Odv
