“Vingegaard credo sarà molto motivato e con l’assenza di Pogacar non può che essere il favorito della Vuelta. Ma mi auguro che gli italiani in Spagna possano fare bene. Tiberi e Ciccone ci arrivano in forma, anche se il Cicco lo vedo più per le vittorie di tappa”. Parlare con Fabio Aru è un piacere. Lui è schietto, diretto, carattere forte. Qualità che lo hanno aiutato a emergere come ciclista. Il suo fiore all’occhiello, la conquista della maglia rossa nella Vuelta 2015
Fabio facciamo un passo indietro e andiamo proprio all’anno della tua consacrazione. La corsa era iniziata nel peggiore dei modi. Anzi, da schifo
“Ricordo che c’era stata una caduta nel finale della prima tappa in linea. Andavamo a sessanta all’ora. Siamo finiti a terra in tanti, c’ero in mezzo anch’io. Vincenzo poi era stato espulso per traino nel rientro. Tiralongo si era distrutto, era tutto tagliato ed è andato a casa praticamente il giorno dopo. Diciamo che è stato un inizio di Vuelta abbastanza complicato. Però pochi giorni dopo all’Alpujarra ero arrivato terzo, e alla Cumbre del Sol quarto. Le cose si stavano rimettendo nel verso giusto anche se con Purito e Tom era una battaglia ogni giorno”.
Veniamo al finale, tappa 19 e 20: ad Avila hai fatto arrabbiare Martinelli, a Cercedilla il capolavoro
“Con Martino se perdevi un secondo sembrava un disastro. Lì ne ho persi tre da Dumoulin, figurati… Però ancora oggi non credo di avere sbagliato. In corsa serve anche calma e in quella tappa ero anche caduto. Poi, piaceva vincere anche a me, mica solo a lui. La sera, poi, Inselvini che ricordo sempre con affetto, e Paoletti (il fisio e l’osteopata, ndr) fecero un gran bel lavoro. Mi rimisero a nuovo. Il giorno dopo sulla Morquera Cataldo e Landa sono stati super e hanno sfiancato Dumoulin, poi io ho attaccato. L’azione con cui quest’anno Yates ha vinto il Giro è stata simile. Sono azioni al limite delle forze. Nel 2015 arrivavo dal secondo posto al Giro d’Italia, dietro Contador. Mi sentivo fortissimo. Però Dumoulin era un corridore solido, attaccavo ma non riuscivo a farlo cedere”.

La Vuelta è stata anche la tua ultima corsa. Il 5 settembre 2021, a Santiago de Compostela, il tuo viaggio nel ciclismo è finito lì. Qualche ripensamento?
“Avevo già deciso di smettere, però non ho corso da perdente, da arreso. Certo, mi sarebbe piaciuto il botto finale alla Contador, ma non è venuto. Ci ho provato. Nell’ultima settimana sono entrato quattro volte nelle fughe?”.
Hai detto basta a 31 anni. Troppo giovane per smettere, non credi?
“Volevo una nuova vita ed era arrivato il momento giusto per dire basta. Non avevo bisogno che qualcuno mi spiegasse che oltre il ciclismo c’è altro. Poi non ho mai capito, e neppure apprezzato, quei corridori che si trascinano perché non sanno cosa fare dopo. Io sapevo che volevo entrare nella vita normale dove non ci sono allenamenti, massaggiatori e gare. Però ci sono altre responsabilità ugualmente interessanti da affrontare. Poi ero reduce dall’operazione all’arteria iliaca che mi ha rallentato parecchio”.
Quindi contento della tua vita agonistica?
“Certamente. E l’impronta agonistica mi è rimasta. Quando faccio sport ci metto ancora voglia, grinta, cattiveria. Mi piace studiare e dopo inglese e spagnolo ora sto imparando il francese. Collaboro con Specialized, Ekoi, Enervit, Forte Village. In Sardegna ho un’academy per lo sviluppo del ciclismo con una decina di collaboratori. Non sono stufo di fare sacrifici. E c’è anche la Vuelta”.
In che senso?
“Nelle tappe italiane e a Madrid collaboro con l’organizzazione. Seguirò l’ospitalità sia alle partenze che agli arrivi”.
Aru: più talento o più carattere?
“Si, avevo anche talento. Ma anche tanta testa per non mollare mai. Non ero di certo Tadej, ho sempre vinto con distacchi risicati. Ho saputo soffrire tanto, ho sopportato grandi mal di gambe. Ero spesso al limite. È un po’ la mia storia, nella vita ho sempre dovuto sudare parecchio, e già da ragazzino, per ottenere le cose che volevo”.
Sei appena tornato da un viaggio a Guadalupe: com’è andata?
“Bene, bene, è stata una bella esperienza”.
Ti eri portato la bici?
“Si, ho fatto 5-6 uscite là. Poi sono stata alla presentazione del Tour de Guadalupe, ho fatto un’uscita con i bambini, una tappa nella macchina della direzione di corsa”.
Sei stato anche al velodromo?
“Certo, hanno proprio un bel movimento”.
