La grande partecipazione al Falò di Sant’Antonio, martedì sera a Varese, testimonia il diffuso desiderio di riscoprire appuntamenti che rimandano al passato e, piaccio o no, “fanno comunità”. Così come accade a Busto Arsizio per la Giobia evento atteso per l’ultimo giovedì di gennaio che ci riporta indietro nei decenni e che, soprattutto a Busto, registra sempre un ampio interesse popolare fin dalla vigilia. Un fenomeno complessivo che, in un certo senso, qui in provincia di Varese e nell’Alto Milanese, va in controtendenza rispetto all’imperversare di occasioni di segno opposto, che ammorbano la convivenza e cancellano la nostra storia e, quindi, le nostre identità.
Un interesse collettivo commendevole sotto molti punti di vista, che le istituzioni favoriscono per una serie di motivi che, non sempre, coincidono con l’intendimento vero di riscoprire le radici del territorio, di una città; piuttosto con l’opportunità di acquisire consensi da tradurre poi in voti. Insomma, tutto fa brodo per risultare simpatici al di là delle incombenze d’istituto, spesso indigeste per i cittadini. Se così non fosse, se cioè l’interesse di sindaci e amministratori fosse veramente rivolto a un obiettivo culturale, troveremmo giunte che si sarebbero accorte che mercoledì 17 gennaio era la giornata nazionale dedicata ai dialetti. Nulla di trascendentale, per carità, ma un momento per ricordare a tutti noi che, una volta, nemmeno tanto tempo fa, ci esprimevano con un idioma tutto nostro, che ci identificava e ci rappresentava.
Oggi, a differenza di altre aree del Paese e della vicina Svizzera, quasi ci vergogniamo di parlare come si esprimevano i nostri nonni e i nostri genitori. Ci siamo evoluti al punto da dimenticare del “come eravamo” e, quindi, per dirla con la retorica che accompagna certi concetti, da “dove veniamo”. D’accordo, la riscoperta delle tradizioni e, di conseguenza, del dialetto non è prioritaria rispetto a problemi contingenti, concreti, a volte drammatici. Ma è significativa di un modo di essere, di una attenzione ad aspetti che, comunque sia, ci hanno contraddistinti nel tempo.
A Busto Arsizio esiste addirittura un Centro per i dialetti e le parlate lombarde, nato con l’intendimento, quanto meno, di tramandare e conservare le abitudini fonetiche, sintattiche e lessicali della regione. Lo avviò Palazzo Lombardia quando era assessore alle Culture e alla Identità, Ettore A. Albertoni, un professore universitario che aveva a cuore la “sua” e “nostra” Lombardia. Quel Centro è ora semi abbandonato e, a quanto ci risulta, e fino a prova contraria, la stessa Regione non ha in animo di rivitalizzarlo a breve. Un peccato. Quella di Albertoni era un’operazione culturale, favorita anche da una certa politica che, prima di occuparsi del ponte sullo Stretto, teneva in considerazione anche le identità locali.
Nel frattempo è cambiato il mondo, è vero. Il dialetto è sempre meno utilizzato. Al punto che a Cardano al Campo hanno pubblicato il Tacuèn da Cardan nella sola lingua italiana. Uno sfregio alla tradizione locale, senza ritegno. Il punto è che tra qualche anno, forse meno di quanto pensiamo, nessuno più userà la “lingua” lombarda, nemmeno nell’isoglossa bustese, dove il dialetto contaminato dai liguri ha sempre avuto un forza identitaria particolare, da non confondere con la parlata meneghina stretta. Una tristezza, a guardar bene. Benché sia irrinunciabile l’inglese per galleggiare nel mondo globalizzato e, nel Belapese, sarebbe già molto conoscere l’uso corretto del congiuntivo, nessuno può convincerci che cancellando parole come “ciumbia” ,“cavagna” ,“brugna” e tutte le altre, la società diventi per magia migliore.
