di Giorgio Cappellini
GALLARATE – Dal vertice delle multinazionali sino ai corridoi dei tanti Ospedali che, per lavoro, ha visitato nella sua vita. Roberto Bettin, General Manager di un’azienda specializzata nella produzione e commercializzazione di tecnologie medicali, racconta come l’empatia e il radicamento nel territorio siano l’unica vera strategia per innovare la sanità. «Il business etico non è un optional, è l’unico modo per consegnare speranza e non semplici prodotti alle future generazioni»
Bettin, una volta disse che non vende carne o occhiali da sole. Cosa voleva dire davvero con questa affermazione?
Questa frase è la mia bussola etica. Con tutto il rispetto per chi lavora ed opera in questi importanti settori, voglio disegnare una linea di demarcazione: la salute non è un prodotto che può essere usato e gettato, o acquistato al supermercato. Quando il consumatore non trova sullo scaffale la carne in scatola che preferisce, o attende che ritorni nuovamente sullo scaffale o, seppur a malincuore, la sostituisce. Nel nostro mondo, purtroppo parliamo di qualcosa di infinitamente più sacro e inviolabile: la vita e la salute delle persone.
Il prodotto, che sia un farmaco o un dispositivo medico, non è un oggetto; è l’esito di anni di ricerca, sacrifici, investimenti e, soprattutto, una speranza per un paziente. Quando questa è la posta in gioco, l’attenzione al dettaglio, l’integrità, l’onestà e la responsabilità smettono di essere opzioni e devono diventare il cuore pulsante del tuo lavoro. Con la salute non si scherza, non ammette compromessi.
Lei ha costruito la sua carriera attraversando diversi ambiti e aziende, ma sempre nel mondo della salute. Cosa l’ha portata a scegliere e a restare in questo settore?
La mia scelta non è stata la ricerca di un settore, ma la ricerca di uno scopo che avesse un impatto tangibile. Ho capito, sin dai primi anni quando ho iniziato a fare l’Analista di Mercato, prima ancora di laurearmi in Bocconi in Economia, con specializzazione in Analisi di Settore e della Concorrenza, che il settore della salute era il luogo dove la scienza incontra l’umanità. E questa cosa mi ha sempre affascinato molto. Per un manager, è come essere alla guida di un’auto da corsa che non compete per un trofeo, ma per portare soccorso il più velocemente possibile. Lavorare in questo mondo ti mette in contatto con storie di persone che aspettano quella soluzione. Questa consapevolezza è il carburante più potente. Ogni mattina, l’energia deriva dal sapere che anche un piccolo miglioramento in un processo, o un’innovazione medica, può cambiare la traiettoria di una vita o di una famiglia. È una fonte inesauribile di senso del dovere e di energia positiva che difficilmente si riesce a trovare in tanti altri campi lavorativi, seppur altrettanto belli.
Quanto ha influito la sua esperienza personale nel suo modo di intendere l’etica del lavoro e della cura?
L’esperienza personale è il filtro attraverso il quale valuto ogni decisione aziendale. Come tutti, ho visto la fragilità della salute, ho avuto cari che hanno lottato ogni giorno per vivere una vita normale. Quando sei nella stanza d’attesa di un ospedale, il mondo aziendale si ridimensiona all’istante. Capisci che il paziente non è un numero, ma una persona che ha paura e ha bisogno di fiducia. E quel numero potrebbe essere tua madre, tuo fratello, tua figlia o semplicemente tu. Questa esperienza mi ha insegnato che bisogna essere veri, autentici. Significa mettere l’interesse del paziente al primo posto. Non puoi guidare un’azienda che cura le persone se prima non hai cura delle persone che lavorano con te e se non metti l’empatia al centro di ogni tua azione.
Lei parla del territorio di Varese come di una realtà spesso sottovalutata. Cosa rappresenta per lei e quali potenzialità vede nella sanità locale?
Sono nato e cresciuto a Busto Arsizio, ho vissuto a Cardano al Campo ed ora a Gallarate: la provincia di Varese è la mia ancora. Varese sta esattamente tra la Grande Milano e la Svizzera e, nel contesto sanitario, ha tutte le possibilità per diventare un luogo di innovazione a misura d’uomo. Spesso, le realtà non metropolitane vengono percepite come meno avanzate, ma la nostra provincia ha tutte le carte in regola per essere e per diventare ancora di più un modello di efficienza, prossimità ed evoluzione. Abbiamo eccellenze universitarie, una tradizione industriale di Tecnologie Mediche all’avanguardia e la dimensione giusta per parlare finalmente al paziente, vicino a casa sua. La nostra provincia può mostrare come una sanità di altissima qualità non debba essere per forza confinata nelle grandi, caotiche città, ma possa essere un diritto accessibile, gestito in modo agile, professionale e con grande attenzione al cittadino.
Lei definisce le Aziende Farmaceutiche o di Tecnologie Mediche una bella complessità. Cosa intende con questa espressione?
E’ una definizione affettuosa, ma realistica. Immagini una cattedrale gotica: è incredibilmente complessa, fatta di migliaia di pietre, vetrate, guglie, marmi di essenze diverse, ma quando è illuminata, è straordinariamente bella e tutto trova una unica armonia. Le aziende che operano nel mondo della salute sono un incrocio di competenze – medici, infermieri, manager, tecnici, economisti, ingegneri – che devono coesistere e non sempre parlano la stessa lingua. È complessa perché gli investimenti in ricerca sono impegnativi, l’innovazione, nel mondo, corre veloce e le regole che devono essere rispettate sono davvero tante. Ma è bella perché quando tutti questi ingranaggi si allineano e lavorano assieme, si genera una sinergia così potente che poche altre industrie possono replicarla. Certo, richiede una guida che non semplifichi i problemi, ma che sappia armonizzare le differenze per creare un risultato concreto per la collettività.
Ci dà una definizione di business etico?
Le aziende sono tali perché devono poter essere profittevoli e questo vale per tutte le aziende, incluse quelle che operano nel mondo della salute. Il business etico è la formula per la sostenibilità a lungo termine. È il concetto per il quale solo la fiducia e l’etica nelle scelte fa sopravvivere le aziende nel tempo. Tenere insieme risultati e bisogni vuol dire investire dove c’è il vero bisogno, essere trasparenti sui limiti e sui vantaggi di un trattamento, e accettare che a volte la strada più giusta è quella più lenta, ma è l’unica che costruisce un ponte di fiducia duraturo con la comunità e con i pazienti.
Guardando avanti, come immagina il futuro della sanità nel territorio di Varese? E quale contributo sogna di lasciare come manager e come cittadino?
Immagino il futuro della sanità della nostra provincia come un punto di riferimento che sta crescendo e che può migliorare ogni giorno di più, tenendo insieme i tanti punti di vista di chi vi opera all’interno, con grande impegno, fatica e professionalità. Un luogo dove la tecnologia più avanzata (diagnosi veloci, Intelligenza Artificiale, monitoraggio da remoto, telemedicina) non prenda mai il posto del medico, ma che gli restituisca il tempo per guardare il paziente negli occhi, per ascoltarlo, per la vera cura. Forse vorrei una sanità che non aspetti la malattia, ma che la prevenga in modo proattivo. Il mio sogno è lasciare un’eredità come uomo, come padre, come marito prima che come manager: ci sono valori che non possono essere messi in discussione, sono i valori dei nostri padri, delle nostre famiglie, del nostro territorio. È poter dimostrare che si può essere leader di successo a livello internazionale pur mantenendo un profondo radicamento etico e umano. Vorrei che i giovani manager, che incontro spesso nelle università, vedessero nel settore salute non solo una strada per fare carriera ma qualcosa che dia loro uno strumento per aiutare il prossimo da una prospettiva che spesso viene trascurata o poco conosciuta. Infine come cittadino, spero di continuare a contribuire a creare una comunità sempre più consapevole del fatto che la salute è e resterà sempre il bene primario. E che la mia amata provincia di Varese possa essere riconosciuta come la terra dove l’innovazione e la cura siano accessibili a tutti.
Duemilalibri, Viola Ardone incanta Gallarate: «Prendersi cura significa sporcarsi»
