Si vota per la Provincia, ma non lo sa nessuno. Tranne sindaci e consiglieri comunali del Varesotto chiamati in esclusiva, domenica 29 gennaio, a scegliere il presidente di Villa Recalcati. Si tratta di elezioni di secondo livello, cioè precluse ai cittadini sulla base della riforma (riforma?) Delrio che, nel 2014, modificò l’assetto degli enti intermedi, riducendone funzioni e personale in attesa del referendum abrogativo che, come si ricorderà, bocciò clamorosamente l’iniziativa del governo di Matteo Renzi. Le Province rimasero in vigore, seppure dimezzate nei poteri e con una struttura e risorse insufficienti a garantire una corretta azione amministrativa. Inoltre, con una procedura elettiva farraginosa per diversi motivi. Uno su tutti: il presidente resta in carica quattro anni, il consiglio due. Cosicché può succedere che maggioranza e presidente finiscano per essere di opposti schieramenti, con tutte le conseguenze del caso.
Più o meno quanto potrebbe accadere a Varese, dove sono in campo due candidati, uno, l’uscente Emanuele Antonelli, espresso dal centrodestra; l’altro, Marco Magrini, un civico sostenuto anche dal centrosinistra. Il primo, è il sindaco di Busto Arsizio, la città più popolosa del territorio provinciale; il secondo, è il sindaco di Masciago Primo, minuscolo paese in coda alle classifiche demografiche locali. Un testa coda che, al di là della consistenza numerica, può portare a sbocchi singolari per un territorio come il nostro, attraversato da situazioni politiche tutte da interpretare e dagli sviluppi imprevedibili.
Ad esempio, si dice che Antonelli, obbligato dal suo partito (Fratelli d’Italia) ad accettare la ricandidatura, non goda più di un consenso unanime a centrodestra. Il suo carattere spigoloso, poco incline al dialogo, gli avrebbe procurato una serie di antipatie politiche e personali che rischiano di rivelarsi decisive a favore di Magrini. Si dice, perché non esistono sondaggi affidabili sull’esito della consultazione provinciale. Né si può mettere nel conto con certezza assoluta l’ipotizzato astensionismo: la partecipazione alle urne (seggio unico a Villa Recalcati) è fondamentale sulla base del cosiddetto voto ponderato (ciascun elettore, sindaco e consigliere comunale, “pesa il voto” in relazione alla popolazione della fascia demografica del comune di provenienza). In altri termini, la differenza la fanno gli elettori dei comuni più importanti, Varese, Busto, Gallarate, per citare i tre di maggiore consistenza. Difficile dunque fare previsioni, troppe le variabili da considerare: la “bandiera”, l’appartenenza e l’identità potrebbero prevalere sui personalismi, modificando gli iniziali orientamenti di voto di ciascuno.
Antonelli, fra l’altro, ha dato l’impressione di giocare a nascondino in questa fase, evitando dichiarazioni alla stampa e, quindi, spiegazioni plausibili sulla sua evidente riluttanza alla candidatura. Paura di perdere? Può essere. Di sicuro, l’esito di domenica non passerà come acqua sul marmo per gli equilibri politici di casa nostra. Tanto più che alle viste ci sono le regionali. Vero, tutta un’altra cosa, a cominciare dal ricorso al suffragio universale di cui le province sono state espropriate, ma col rischio che una sconfitta del centrodestra alle elezioni provinciali possa influire in qualche modo il 12 e 13 febbraio, quando si voterà per Palazzo Lombardia. Condizionamento da individuare nei già complicati rapporti tra i partiti e, per alcuni dei loro esponenti, un’influenza che potrebbe segnare una svolta. In chiaro, se Magrini non ha nulla da perdere, Antonelli, anche in relazione ad alcuni precedenti con i “Fratelli”, mette in palio il suo futuro politico.
