Il coronavirus, i polmoni e l’anestesista

pellerin giorello filosofo
Ivanoe Pellerin

di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, vorrei proporvi qualche breve commento su questa disgraziata epidemia, promossa dall’OMS a pandemia come fosse un’onorificenza, a mio parere in forte ritardo. Ritardo peraltro condiviso da molti sapienti, dai politici e dai governi. Dai cinesi quando in ritardo hanno detto al mondo della diffusione del virus a casa loro. Dal governo quando Conte affermava che l’Italia era in totale sicurezza. Dalla UE quando presumeva che l’Italia fosse l’epicentro del contagio come se il virus dovesse rispettare le frontiere. Da molti cittadini quando non hanno preso sul serio la contagiosità e la cattiveria del malanno. Ne prendiamo nota ma solo a piè di pagina poiché occorre proseguire con forza d’animo e coraggio, qualità che, a quanto pare, non difettano al popolo italiano. Sono convinto che qualche ulteriore informazione sia utile.

Come ormai molti sanno è un virus influenzale, particolarmente aggressivo in parte poiché non abbiamo difese naturali, in parte poiché ha un forte tropismo per il tessuto polmonare. “Tropismo” significa che questo virus ha la tendenza a localizzarsi e ad accumularsi in un particolare organo, in questo caso i polmoni. I polmoni hanno il compito di scambiare i gas, quindi permettono all’ossigeno di passare dall’aria al sangue. In fondo i polmoni sono come due grosse spugne.

Immaginate due spugne nell’acqua. Se le strizzate l’acqua esce. Se le rilasciate l’acqua entra. Voilà, il giochino è fatto. Quando inspirate l’aria entra e l’ossigeno viene scambiato, quando espirate l’aria esce portando con sé la CO2. Facile no? È facile quando la spugna realizza stabilmente il suo lavoro. Ma se il tessuto del quale è composta la spugna comincia ad irrigidirsi e a far fatica a “strizzarsi”, ecco che lo scambio inizia a diventare difficile. Tutti gli organi doppi lavorano con bassa efficienza proprio perché sono doppi e sono quindi in grado di sopperire ad alcune difficoltà. Ecco perché si può vivere con un solo rene o con un solo polmone. L’organo superstite lavorerà a pieno regime anche per l’organo mancante. Ma se, come in questo caso, il tessuto di entrambi i polmoni viene attaccato in più parti, i ben noti focolai della polmonite interstiziale prodotta dal virus che possono diffondersi, ecco che la “performance” polmonare diminuirà gradualmente e potrà anche portare ad un drammatico abbassamento dell’ossigeno nel sangue, quella che noi medici misuriamo come PaO2, la pressione parziale d’ossigeno.

I nostri tessuti e organi vivono di molte cose ma hanno bisogno soprattutto di ossigeno. Sotto a una certa soglia l’abbassamento della PaO2 produce danni irreparabili. Ecco perché, in questo caso, abbiamo bisogno di una macchina che faccia quel lavoro per noi: i famosi respiratori. Spingono l’aria direttamente nei polmoni e così favoriscono lo scambio del quale accennavo. Già, però per collegare la macchina respiratoria con i nostri polmoni occorre mettere un tubo in trachea. Vi assicuro che non è una bella esperienza e si può fare solo con la sedazione del paziente, cioè con il paziente addormentato. Certo gli anestesisti rianimatori sono molto esperti in queste faccende e vi assicuro che siete in buone mani. Infatti controlleranno che la macchina lavori in accordo con le condizioni cliniche, biologiche e biografiche del paziente. Un conto è addormentare un baldo giovane forte ed aitante, un altro conto una persona anziana con fragilità diffuse.

Le caratteristiche del lavoro della macchina devono essere attentamente seguite ed anche i farmaci devono essere attentamente dosati poiché le condizioni sia del giovane che dell’anziano sono ovviamente diverse e possono cambiare anche rapidamente. Ecco l’enormità del lavoro, ecco la competenza e la perizia che devono essere in massimo grado per poter combattere questa maledetta aggressione. Con la macchina, con la grande attenzione a tutti i parametri vitali e con adatti farmaci sintomatici, si consente all’organismo di procedere nella vita e di riparare piano piano i danni provocati dal virus. Così si permette alla nostra “spugna” di ritrovare quell’elasticità della quale ha assoluto bisogno per svolgere il compito dello scambio cui accennavo.

Due rapide riflessioni. La prima. Non credete a chi diffonde la brutta notizia che si decide l’intervento in base all’età. Vi posso assicurare che non vi è alcun protocollo in questa direzione né vi è alcuna interpretazione etica e deontologica. Certo, è ovvio valutare che il giovane ha maggiori possibilità di recupero rispetto all’anziano che spesso è strutturalmente più fragile e a volte porta con sé altre patologie che lo rendono più debole. Ma, come potete ahimè constatare dal bollettino di guerra che viene emesso di frequente, essere giovani non garantisce la guarigione. Quindi tutti, ma proprio tutti, anche i giovani, devono seguire le norme che sono state divulgate e imposte dal governo.

La seconda. Incredibilmente i medici anestesisti rianimatori sono balzati agli onori delle cronache. Come vi ho detto, sono loro gli esperti di queste macchine e del loro funzionamento poiché da sempre le usano in sala operatoria. Come è noto l’errore del chirurgo può essere a volte riparato, l’errore dell’anestesista quasi sempre ha conseguenze tragiche. Beh! Ancora oggi per alcuni l’anestesista è un operatore sanitario con qualche preparazione in più. Molti ancora non sanno che l’anestesista è un medico, quindi con sei anni di studi, che ha fatto una specialità di cinque anni tra la più complicate e difficili. Il tirocinio dell’anestesista è lungo, complesso e faticoso. L’anestesista è consapevole che qualsiasi intervento, anche il più banale, può diventare improvvisamente drammatico.

Cari amici vicini e lontani, vi racconto una storia. Molti anni or sono, nella sala della preparazione per l’intervento, dovevo addormentare una gentile signora in preda ad un’ansia incontenibile. Per sedare l’agitazione della signora, un esperto e baldo infermiere uscì con queste rassicuranti parole: “Stia tranquilla signora, non si preoccupi. Adesso c’è qui l’anestesista. I suoi problemi sono finiti.”
La fulminea risposta della paziente: “Non voglio l’anestesista, voglio un medico e ne voglio uno
bravo!”

Cari amici vicini e lontani, sono certo che ce la faremo ma, come in sala operatoria, occorre mantenere i nervi saldi e credere fortemente nelle proprie intenzioni. Á bon fin toujours.

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