In Italia il calcio è in crisi. Affermazione talmente scontata che quasi imbarazza utilizzarla come incipit di un articolo. Ma è proprio sulla crisi dello sport più popolare del nostro Paese che vorremmo spendere una qualche riflessione, senza la pretesa di impancarci e trovare soluzioni che, per quanto possiamo comprendere, non conoscono nemmeno coloro che col calcio ci vivono o lo gestiscono: tutti, o quasi, danno l’impressione di andare avanti a tentoni per recuperare il recuperabile. L’esclusione per la terza volta consecutiva dai campionati del mondo basta e avanza per definire lo stato delle cose ai massimi livelli.
Contesti di precarietà agonistica che, seppure per altre ragioni, si riflettono anche nelle categorie minori, semi professionistiche o riservate ai cosiddetti dilettanti. Un quadro d’insieme che si declina con le ristrettezze economiche e gli alti costi per mandare avanti anche la meno quotata delle compagini. Così la crisi si estende un po’dappertutto, fino alla provincia di Varese.
Alle corte, il pistolotto iniziale ci è servito per arrivare al punto: un territorio, il nostro, calcisticamente nel pallone. Finite le straordinarie epoche dei mecenati autoctoni diventa sempre più difficile imbattersi in società che non facciano acqua sui versanti economici. I ricconi stranieri, quelli che la grana ce l’hanno davvero e investono, privati o società di natura finanziaria, puntano giustamente in alto, fanno business dove sanno o sperano di avere ritorni sotto diverse forme, mica si spendono per la maglia biancorossa del Varese o per quella biancoblu della Pro Patria, che ha pure corretto il nome in Aurora Pro Patria 1919 per glissare su certi rovesci societari del passato.
Qui, nel capoluogo e a Busto Arsizio, al momento dominano i ricordi di epoche che, come si diceva una volta, “sono onuste di gloria”. Certo, nessuno ha mai vinto la Coppa Campioni ma la militanza nei campionati professionistici, a cominciare dalla serie A, rimane un indiscusso vanto sportivo. Al quale fa male ritornare col pensiero nostalgico rispetto a due realtà che, fino a prova contraria, arrancano tra mille difficoltà, naufraghe nelle procellose vicende gestionali. Sorretta la Pro Patria, ed è vero, negli ultimi anni dalla munificenza della presidentessa Patrizia Testa, dopo un periodo dove si erano affacciati sponsor affidabili e alcuni avventurieri di pessime referenze. Ora in stallo dopo il contestato passaggio di proprietà e l’incerto futuro.
Percorso accidentato anche quello del Varese, al cui capezzale sono accorsi nientemeno che il ministro Giancarlo Giorgetti e il sindaco Davide Galimberti. La politica che scende in campo con l’obiettivo di riannodare i fili dell’importante tradizione calcistica locale, coinvolgendo chi, perlomeno sulla carta, avrebbe la possibilità (e la volontà) di metterci una pezza coi danée. Ma siamo sempre lì, al fatto che chi può – e in provincia sono ancora in molti a potere – guarda altrove, a operazioni meno rischiose o più remunerative. Come biasimare?
Per certi investimenti ci vuole un valore aggiunto che si ottiene con la passione. La stessa che ancora sostiene un paio di società calcistiche del territorio che resistono e, anzi, ottengono anche buoni risultati (Solbiatese). Poi è vero, il mondo del calcio, soprattutto il suo sottobosco, è irrequieto e opaco, per molti aspetti è anche pericoloso per chi vi mette piede con le migliori intenzioni e si trova a fare i conti con certi disdicevoli comportamenti, con personaggi che magari aizzano le tifoserie e altri che accendono micce per il solo gusto di rompere le uova nel paniere. Meglio, per bucare il pallone e indirizzare la partita verso il peggiore degli esiti. Quale sia, possiamo immaginarlo.
Pro Patria e l’iscrizione alla serie D: una partita tutta ancora da giocare
