Giornalisti untori al tempo del coronavirus?

coronavirus emergenza giornalisti
Assembramento di giornalisti in conferenza stampa, lunedì 24 febbraio, a Palazzo Lombardia

Anche Malpensa24 nel suo piccolo contribuisce alla overdose di informazioni sull’emergenza coronavirus. Sono giorni in cui  i media, tutti i media, pubblicano o mandano in onda notizie a raffica sugli sviluppi dell’infezione. E’ una sorta di assedio quotidiano, a tutte le ore, su ciò che accade attorno all’evento sanitario più preoccupante e coinvolgente degli ultimi anni, proprio perché rischia di interessare tutti, se non altro psicologicamente.

Ed è appunto quest’ultimo tipo di coinvolgimento che, per le sue possibili implicazioni e conseguenze, preoccupa. Siamo una società fragile, spinta all’emotività. Lo dimostrano i saccheggi dei supermercati per fare scorte alimentari in vista di una possibile quanto improbabile carestia generata dal diffondersi del virus. Lo dicono gli esperti: giusto preoccuparsi, sbagliato allarmarsi o, peggio, scambiare ciò che sta accadendo per l’imminente fine del mondo. Così che l’emotività finisca per trasformarsi in rabbia da scaricare in primis sui giornalisti. Che spesso esagerano, altre volte sbagliano: un titolo forzato o, meglio, vergato di getto, diventa il bersaglio di insulti e contumelie online contro la categoria, ritenuta responsabile di generare panico e nervosismo.

Per dirla in un altro modo, siamo scambiati per i nuovi untori di manzoniana memoria. Certo, abbiamo le nostre responsabilità. Ma i giornalisti fanno i giornalisti, non i frati trappisti. Raccontano, possibilmente previa verifica, ciò che vengono a sapere. Anche di scomodo. Se non lo facessero – alcuni di noi per opportunità o per quieto vivere non lo fanno – derogherebbero al primo dovere professionale: fornire notizie, che non possono essere selezionate in base all’effetto che producono o produrrebbero sulla gente. Se due persone vengono ricoverate all’ospedale di Legnano perché infette e lo scriviamo, raccontiamo un fatto di interesse pubblico. Che suscita ulteriore inquietudine, comprensibile. Ma è un fatto. Per questo meritiamo di essere definiti “coglioni” e “sciacalli”? Certo, si può eccepire sull’impatto del titolo, non sui contenuti della notizia. Che rimane tale in ogni caso. Benché sia da essa che poi si sfoga la rabbia, sotto la quale fa capolino la paura collettiva.

C’è chi sostiene che i provvedimenti delle autorità per arginare l’epidemia siano eccessivi: non si capisce perché chiudere i bar alle 18 e lasciare aperti ristoranti e i fast food, dove si concentrano comunque gli assembramenti di persone. Provvedimenti che nel loro rigore finiscono, prima di titoli e articoli, a far ritenere che la situazione sia più grave di quanto non si possa pensare. Irrinunciabili prudenza, comportamenti e stili di vita, un po’meno, forse, la limitazione di alcune libertà. Tanto più che lo stesso governatore della Lombardia, Attilio Fontana, afferma che siamo in presenza di un virus che è poco più di un’influenza.

Detto questo non fuggiamo dalle nostre responsabilità di cittadini e di giornalisti, ma forse c’è qualcosa di poco chiaro nelle contromisure per fermare il Covid-19. Un esempio? Il consiglio comunale di Busto Arsizio è convocato a porte chiuse per evitare affollamenti, fuori (solo per eccesso di zelo?) anche i tre o quattro giornalisti che vi partecipano di solito. A Palazzo Lombardia e al Pirellone si tengono conferenze stampa superpartecipate e i numerosi giornalisti sono ammessi al consiglio regionale. Commendevole rispetto del diritto e del dovere di informare, ma pure una contraddizione, una delle tante nell’attuale contesto. Dentro il quale gli operatori dell’informazione sono i primi a pagare il prezzo dell’infinito e convulso chiacchiericcio (siamo diventati un popolo di virologi), della pur comprensibile confusione e di alcuni corti circuiti decisionali dovuti alle circostanze. E i lettori sono i primi a subirne gli effetti. Fino alla rivolta contro le notizie.

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