L’Inter dei record raccontata da Rossi: “Un rammarico? Non aver vinto la Coppa Campioni”

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L’Inter dei record raccontata da Gian Luca Rossi. Il giornalista di Telelombardia e TopCalcio24, popolare volto nerazzurro, ha raccontato l’Inter che di più gli è rimasta nel cuore. L’anno magico interista 1988-1989 era stato peraltro il suo esordio televisivo.

Prima partita da cronista quale fu?

La mia prima partita a Telelombardia fu Verona-Inter 0-0, ma via radio, terza  giornata, la prima in video fu Inter-Roma 2-0 alla quarta giornata con gol di Serena e Matthaus.

Quando pensò che l’Inter avrebbe vinto il titolo?

Il derby ci diede grande consapevolezza. Partita giocata tatticamente in modo perfetto e poi l’assist di Bergomi per la testa di Serena, tutto favoloso. Però la partita paradossalmente che mi fece pensare allo scudetto fu Inter-Cesena col gol dopo 11 secondi di Matteoli. Forse lì mi ero reso conto che eravamo davvero una grandissima squadra. Segnavano tutti ed era un meccanismo perfetto.

Nelle interviste il Trap come se lo ricorda?

Lui teneva il basso il profilo. Lui si arrabbiava perché gli davano del difensivista

L’intervista più bella?

Generalmente ricordo, nei giocatori che intervistavo, una sicurezza nei propri mezzi che era totale. In Inter-Juve 1-1 intervistai Altobelli nel primo anno alla Juve e si intuiva anche dalle parole degli avversari che era come se chi affrontava l’Inter si sentisse un po’ agnello sacrificale. Quel giorno quelli della Juve parlavano come chi l’avesse scampata bella.

Chi ha amato particolarmente di quella squadra?

Forse Diaz che all’inizio aveva avuto difficoltà ma che poi era esploso alla grande, senza risparmiarsi anche quando aveva già saputo che sarebbe stato venduto a fine anno. Brehme fu una sorpresa incredibile. Era divertente intervistare i due tedeschi che parlavano un italiano strampalato. Intervistare Berti era spettacolare. Era da un mese all’Inter eppure sembrava con noi da una vita. I tifosi si riconoscevano in lui. Era diventato rapidamente un grande idolo interista. Però ripeto mi piaceva l’umanità di Diaz. Ti faceva capire che era grato di essere all’Inter e non il contrario.

Trapattoni soffriva molto il paragone con Sacchi?

Ci diceva sempre: “andate a guardare sugli almanacchi quanti gol fanno le mie squadre” e poi ci elencava i nomi dei giocatori offensivi della sua squadra. Soffriva l’idea che fosse considerato un difensivista. Il confronto con Sacchi lo soffriva e pativa molto il fatto che i giornalisti dicessero che Sacchi era il moderno e lui era il difensivista.

Trapattoni che approccio aveva con i giocatori?

Mi faceva impazzire il suo rapporto con Matthaus. Di notte in ritiro Lothar andava in Svizzera a trovare una sua fiamma. Pensava di fregare Trapattoni che invece gli controllava il contachilometri. Ogni volta si arrabbiava e lo minacciava di non farlo giocare. L’anno successivo prima di inter-Roma tornò alle prime luci dell’alba, Trapattoni lo aspettava sull’uscio del ritiro. Era il primo ottobre del 1989, l’anno dopo lo scudetto. Lothar fece una doppietta. Andavamo talmente bene che Trap faceva finta di nulla. E faceva bene secondo me.

Quella grande Inter dove nasce?

Da una sconfitta. Era stata eliminata dalla Coppa Italia prima dell’inizio del campionato. Trapattoni era già a rischio. Arrivarono 5 giocatori importanti, ma l’inizio della stagione era  stato complicato. Fuori al secondo turno contro la Fiorentina già al 28 settembre. Da quel giorno al 9 ottobre inizio del campionato era stato a rischio esonero. Da quella caduta nasce però la grande Inter. Quando gli chiedevano se si sentisse a rischio lui rispondeva che avrebbe avuto bisogno del tempo necessario per inserire i nuovi acquisti. Poi avremmo visto una grande squadra, ma secondo me neanche lui  se la immaginava tanto forte.

Pellegrini insomma fece bene a resistere…

In trasmissione da noi ha confidato che non aveva mai pensato di esonerarlo. L’aria però era brutta: aria tipo da stagione di Lippi. Sembrava avesse le ore contate.

Chi prese i due tedeschi?

Li prese Paolo Giuliani tuttora azionista storico dell’Inter.

Grande intuizione…

Matthaus si conosceva già. Brehme fu una grande sorpresa.

Il gruppo era unito o formato da gruppetti come si diceva al tempo?

C’erano tre gruppi, che andavano però molto d’accordo. Quello storico degli italiani, Berti e Serena che facevano gruppo a sé e poi i tedeschi. In realtà però c’era un affiatamento trasversale. Molto ci abbiamo messo anche  noi giornalisti. Però vincevano sempre e quindi la questione dei clan non s’è mai sentita.

La vittoria più bella?

Quella contro il Napoli di Maradona nella giornata dello scudetto. Il titolo lo vincemmo  con tante partite d’anticipo il 28 maggio del 1989. Segna Careca, poi Berti con la deviazione di Fusi. E infine a sette minuti dal termine, gran gol di Lothar. Apoteosi

Della festa che ricordo ha?

Le solite scene in cui anche i giornalisti rimasero coinvolti. Ricordo Maradona che intervistai quel giorno che con sportività
aveva riconosciuto la superiorità dell’Inter per tutta la stagione.

Perché quell’Inter perse con il Bayern?

Non lo so. È stata l’unica grande delusione. Potevamo arrivare in fondo. Mi sono sempre chiesto il motivo. Abbiamo avuto sette minuti di blackout. Tre gol in sette minuti. Era il 7 dicembre ’88: una data difficile da dimenticare.

Rammarico per quella squadra?

Avrebbe potuto vincere di più secondo me.  Perdemmo in Coppa Campioni contro il Malmo di Hodgson. Quella partita ha rotto un po’ l’incantesimo. Sempre competitivi, ma si poteva fare di più considerando il potenziale. Una squadra che aveva vinto uno scudetto, una coppa UEFA, una Supercoppa. Avrebbe potuto vincere la Coppa Campioni. Un grande rammarico.

Gian Luca ROSSI-MALPENSA24