Non è più gangster city, ma si torna a sparare e a intimidire

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Una quindicina d’anni fa, nel mezzo della recrudescenza della criminalità nel Basso Varesotto, un periodico a diffusione nazionale uscì con un titolo eloquente: gangster city. Un’intera area tra le più ricche e produttive del Paese bollata come una sorta di Bronx all’italiana. Pare il passato remoto, vicende efferate, episodi malavitosi, storie crudeli lontane nel tempo che la sparatoria di venerdì 20 luglio a Busto Arsizio riporta alla memoria. Si torna a sparare, questo il dato. Si spara e si manda in fin di vita un benzinaio per rapinare un gruzzoletto, forse 5000 euro, l’incasso della giornata di una stazione di servizio. Se l’immediato arresto di uno dei presunti autori dell’agguato è motivo di giusta soddisfazione e in parte rasserena, nulla può cancellare lo shock collettivo alla notizia del ferimento dell’altra sera.
Sono di quest’ultima settimana i risultati di uno studio commissionato dalla Regione e i dati della Dia sulle infiltrazioni mafiose nelle province lombarde. Più che una novità, una conferma. Anche dell’evoluzione malavitosa, che si insinua endemicamente negli apparati di potere, intreccia rapporti con una certa politica, punta decisa agli appalti. Un modo diverso di arrivare al bottino, una dinamica che non prevede l’utilizzo delle armi, caso mai delle intimidazioni.
Di minacce ne sa qualcosa e purtroppo Andrea Cassani, sindaco di Gallarate, destinatario, lui e la sua incolpevole famiglia, di una lettera che gli promette ritorsioni fisiche in forza di scelte amministrative sgradite ai mittenti. Sullo sfondo ci sono questioni di politiche per l’immigrazione, contro gli accattoni e i balordi, per il ripristino della legalità nell’accampamento dei sinti. Nulla a che vedere con le cosche, per carità, molto da spartire con la paura. Tanto che si sta valutando se assegnare a Cassani una scorta.
A subire pesanti contraccolpi da tutto ciò è il senso di insicurezza percepito dalla popolazione. Vero, Gallaratese e Bustese non sono né Secondigliano né la Locride, per le stesse autorità restano zone meno a rischio di altre, eppure non si possono definire tranquille. Appunto, si torna a sparare. E si agisce alla luce del giorno, a volto scoperto, dimostrando una temerarietà che fa supporre una inusitata spietatezza. Forse la stessa, terribile crudeltà che nel 2010 costò la vita a un altro benzinaio di Gorla Minore, freddato durante una rapina al suo chiosco. I suoi assassini non sono mai stati individuati. Ciò che non è per fortuna accaduto per il ferimento di Marco Lepri. Gli investigatori non hanno perso neanche un secondo. Come si dice in gergo, hanno battuto tutte le piste, fino a fare centro. Ma hanno lavorato e lavorano nell’esiguità degli organici, cronica lacuna attorno alla quale battono il chiodo tutti gli amministratori locali, sinora inascoltati. Le emergenze, è vero, risiedono altrove. Ma il passo tra una situazione di quasi normalità e l’emergenza è breve. La rapina di Busto ne è la controprova. Qualcuno giù a Roma, che giustamente fa della sicurezza una bandiera, non chiuda gli occhi.

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