Sport e disabilità, Colonna-Preti (Polha Varese): «Un diritto, non un privilegio»

Lombardia che vorrei Polha

di Giorgio Cappellini

VARESE – Per il consueto appuntamento con l’editoriale promosso dall’associazione “La Lombardia che Vorrei”, esploriamo lo sport come salute, amicizia e come diritto da garantire a tutti, a prescindere dalla disabilità e dal reddito. Questa è la missione di Polha-Varese Apd Aps, polisportiva per persone con disabilità fondata nel 1982, diventata negli anni un punto di riferimento per tutta la provincia. Ne abbiamo parlato con la presidente Daniela Colonna-Preti.

Presidente, quando si parla di sport e disabilità, spesso l’attenzione si concentra sui grandi risultati degli atleti paralimpici. Quanto è importante, invece, valorizzare anche lo sport come occasione di crescita, socialità e autonomia per chi non pratica attività agonistica?

«Moltissimo. Non si arriva ai grandi traguardi paralimpici senza un’offerta sportiva diffusa sul territorio e aperta a tutti: è da lì che si trasforma la società. Lo sport è salute, benessere, amicizia e autostima per chiunque, a maggior ragione per chi convive con limiti fisici, cognitivi o sensoriali. La Polha si fonda su gratuità, volontariato e solidarietà: per noi garantire lo sport a tutti significa abbattere le barriere della disabilità, ma anche quelle economiche».

Quali sono oggi le principali difficoltà che una persona con disabilità incontra quando vuole avvicinarsi a una disciplina sportiva?

«Paradossalmente, la disinformazione. Arrivano da noi persone che hanno avuto un incidente molti anni prima e a cui nessuno – medici, fisioterapisti, assistenti sociali – ha mai detto che potevano fare sport, né dove. L’informazione viaggia ancora col passaparola. Poi c’è l’offerta: le società aperte alla disabilità sono poche rispetto a quelle tradizionali, e il compito di avviare i ragazzi allo sport ricade quasi tutto su chi si dedica solo al paralimpico. Varese è una felice eccezione: anche grazie al nostro esempio, realtà nate per i normodotati come la Compagnia Arcieri di Varese, la Canottieri Gavirate e lo Sci Club Cunardo hanno aperto le porte ai ragazzi con disabilità. Lavoriamo però tra mille difficoltà: impianti inadeguati e risorse insufficienti. Se dividessimo i costi reali di un corso per il numero dei partecipanti, i conti tornerebbero e potremmo accogliere molti più ragazzi. Ma a che prezzo per le famiglie? Scegliamo di tenere le quote basse, e questo limita inevitabilmente i posti. In più, senza personale retribuito per comunicazione e ufficio stampa siamo meno competitivi. Siamo molto bravi in quello che facciamo, ma siamo soli».

Quanto è importante il ruolo delle famiglie nel percorso sportivo di una persona con disabilità e quali forme di sostegno sarebbero necessarie per accompagnarle?

«Un ruolo fondamentale, anche perché molti ragazzi non sono autosufficienti. Sul campo vediamo due approcci. Ci sono famiglie che spingono i figli verso l’indipendenza: lo sport, la patente quando possibile, uscire dal nido. Grazie a loro, molti ragazzi si costruiscono una vita autonoma anche dopo traumi e con disabilità gravi. E ci sono famiglie che, credendo di fare il loro bene, li proteggono troppo e li trattano da bambini, frenandone autonomia e autostima. Servirebbe un supporto psicologico e informativo fin dalla diagnosi o dal trauma, perché spesso i genitori sono lasciati soli. E aiuti concreti: trasporti sociali potenziati e agevolazioni per la vita quotidiana, perché il carico logistico ed economico è enorme. Le risorse pubbliche, però, arrivano “a ondate” a seconda di chi governa, e a volte una nuova amministrazione azzera quanto di buono fatto dalla precedente».

Sul territorio varesino esistono strutture e opportunità sufficienti per garantire a tutti la possibilità di praticare sport, oppure permangono ostacoli organizzativi ed economici?

«La situazione ha due facce. Varese ha eccellenze straordinarie e una grande tradizione paralimpica: dal nuoto al basket in carrozzina, dal canottaggio al tiro con l’arco fino all’hockey su ghiaccio, con attività per disabilità fisiche, cognitive, visive e uditive. Qui tutti i tipi di disabilità fanno sport. Restano però ostacoli seri. Le società davvero attrezzate e preparate sono molte meno di quelle tradizionali. Molti impianti non sono pienamente accessibili – spogliatoi, parcheggi, collegamenti – oppure non vengono concessi. Drammatica la situazione delle piscine, eppure il nuoto è l’unico sport davvero per tutti: chiudere la piscina di via Copelli e, anziché restituirla alla città, trasformarla – dicono – in un tempio della pallavolo ci sembra assurdo. Mancano poi tecnici formati: i corsi esistono e le federazioni paralimpiche si sono organizzate, ma pochi scelgono di impegnarsi anche nel paralimpico. E ci sono i costi. Carrozzine sportive, handbike, slittini da hockey o da sci, ausili e protesi sono costosi, e i centri specializzati non sono distribuiti in modo capillare. Tenere le quote bassissime tutela le famiglie, ma mette in difficoltà i bilanci e limita l’accoglienza. Una scelta che non sempre viene premiata: il bando di Regione Lombardia per le società sportive non riconosce adeguatamente l’impegno di chi gestisce una società di soli ragazzi con disabilità rispetto a chi ne inserisce qualcuno in un contesto normodotato. In sintesi, le opportunità non bastano: il sistema si regge sulla passione e sul sacrificio di operatori e famiglie. Servono un sostegno economico strutturale che valorizzi le società paralimpiche, più trasporti sociali e una maggiore integrazione tra istituzioni e associazioni».

Quanto è cambiata la percezione della disabilità nella società negli ultimi anni? E quanto resta ancora da fare sul piano culturale?

«È cambiata, ma rischia di fermarsi in superficie. Le Paralimpiadi hanno mostrato le straordinarie capacità degli atleti e superato l’immagine assistenziale del passato. Ma le persone con disabilità dimostrano ogni giorno forza d’animo, capacità di risolvere problemi e resilienza, prima di tutto nella vita quotidiana, in un contesto spesso ancora ostile. Sul piano culturale resta moltissimo da fare. C’è il tranello dell’eccezionalità: si applaude solo l’eroe, il campione, dimenticando il valore della persona nella sua normalità. Fuori dai campi di gara, a scuola, nel lavoro e nella mobilità, le barriere culturali sono ancora enormi e la disabilità spesso fa paura. La vera rivoluzione arriverà quando non ci stupiremo più che una persona con disabilità viva da sola, lavori o crei una famiglia, senza dover dimostrare il doppio degli altri per essere considerata “normale”».

Quali sono oggi le principali sfide che la Polha-Varese deve affrontare per continuare a crescere e garantire nuove opportunità ai propri atleti?

«Più ancora che economica, oggi la sfida è il ricambio generazionale. Stanno invecchiando i volontari della prima ora, quelli di quarant’anni fa. Trovare dieci persone disposte a dedicare un’ora al giorno, con fatica, si riesce ancora. Il dramma è trovare chi ne dedichi dieci al giorno, prendendo in mano la gestione e mettendoci faccia, tempo e testa come chi ha fondato l’associazione e ancora oggi non molla. Poi c’è il digitale: saper usare social e piattaforme non è un vezzo, ma una necessità per raccontare le storie e raggiungere chi non sa. Anche i bandi passano da procedure online complicate e scoraggianti. C’è la sostenibilità economica, con costi di gestione, trasporti e attrezzature in continuo aumento. E c’è il sostegno istituzionale: contributi una tantum e bandi sempre più contorti, in cui si compete con chi è pagato per scriverli, non sono una soluzione per chi dedica gratuitamente la propria vita agli altri. Senza un ricambio che unisca la passione di sempre alle nuove competenze digitali, rischiamo di disperdere un patrimonio di inclusione inestimabile».

In conclusione Presidente, qual è la Lombardia che vorrebbe?

«Una Lombardia che non costringa le persone con disabilità e le loro famiglie a fare salti mortali per vedersi garantiti i diritti fondamentali, dallo sport alla mobilità fino all’autonomia quotidiana. Una regione che non si regga solo sul sacrificio dei volontari, ma riconosca l’inclusione come un pilastro della società. Dove fare sport non sia un privilegio legato alla fortuna di avere una famiglia in grado di sostenerne i costi, o di trovare una società generosa, ma un’opportunità reale per tutti, ovunque. Vorrei una Lombardia che smetta di considerare la disabilità un mondo a parte da assistere e la senta come parte del proprio tessuto vivo, investendo su territori, associazioni storiche e giovani. E che investa nel vero volontariato, perché intorno a noi ci sono forse alcuni falsi invalidi, ma anche tanti falsi veri volontari».

Vi diamo appuntamento alla prossima puntata dell’editoriale “La Lombardia che Vorrei” con un’altra realtà protagonista della nostra Varese. Sul nuovo sito dell’associazione, www.lombardiachevorrei.it, è ora possibile consultare tutte le puntate dell’editoriale, trovare informazioni utili sulle attività, conoscere le modalità di partecipazione, restare aggiornati sulle iniziative e proporre anche nuove realtà da intervistare. Vi aspettiamo anche con le vostre segnalazioni e i vostri suggerimenti.

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