Gallarate, un’altra vittoria in tribunale per Cassani. «Non diffamò i Sinti»

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GALLARATE – Andrea Cassani non diffamò i Sinti. Lo dice a chiare lettere la Sezione Terza Civile del Tribunale di Busto Arsizio, che nei giorni scorsi si è pronunciata a favore del sindaco di Gallarate chiamato davanti al giudice da dieci esponenti della comunità nomade che erano tornati a occupare abusivamente l’area di via Lazzaretto sgomberata nel 2018. Per il primo cittadino si tratta dell’ennesima vittoria giudiziaria contro di loro. Nelle aule di tribunale resta ora aperto soltanto un fronte, quello dell’assalto in municipio la mattina del 31 dicembre 2018. Ma è il Comune e non il sindaco a essere parte civile. 

La causa 

Difesi dall’avvocato Luca Bauccio, i Sinti avevano chiesto 250mila euro come richiesta di risarcimento danni per le dichiarazioni rese da Cassani in articoli di giornale su Malpensa24 e in missive dirette a destinatari istituzionali. Il sindaco, secondo la comunità nomade gallaratese, li avrebbe accusati di allacciarsi abusivamente alla rete idrica e di minacciare i pubblici ufficiali. Chiamato in giudizio, il primo cittadino ha respinto integralmente le deduzioni avverse sostenendo che mancassero i presupposti del reato di diffamazione e la sussistenza, di contro, dei presupposti dell’esercizio del diritto di cronaca e critica. Ha contestato, inoltre, la puntuale allegazione e prova del danno-conseguenza da parte dei Sinti. 

La sentenza 

In un passaggio chiave della sentenza del giudice Angelo Farina,  si legge che «la natura pubblica della notizia e la conseguente offesa alla reputazione, addotti da parte attrice a titolo di danno-conseguenza, non integrano in realtà pregiudizi conseguenti al fatto illecito, perché costituiscono elementi costitutivi dell’illecito stesso». Inoltre, «il danno-conseguenza, pur potendo essere provato in via presuntiva, deve fondarsi su allegazioni e riscontri probatori idonei a riconoscerlo quale evenienza autonoma (e per l’appunto conseguente) rispetto al fatto lesivo». Infine, «sul piano delle conseguenze del fatto lesivo, gli attori si sono limitati ad addurre il patimento di una sofferenza, senza tuttavia dedurre né provare (neppure in via indiziaria) in cosa sia consistita la sofferenza patita, e quali conseguenze la stessa abbia esplicato sulla loro esistenza». Per questi motivi il tribunale ha rigettato la domanda di risarcimento danni e condannato i Sinti al pagamento delle spese di lite per 9mila euro.

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