CASSANO MAGNAGO – «Ogni giorno il nostro primo pensiero è per loro. Per i genitori di Andrea, per la famiglia Bossi. Dispiacere non è la parola adatta per esprimere ciò che proviamo, è un dolore profondo». Stefania Rizzuto è la madre di Michele Caglioni, 20 anni, di Cassano Magnago, arrestato in concorso con Douglas Carolo per l’omicidio di Andrea Bossi, 26 anni, assassinato nella sua abitazione di via Mascheroni a Cairate nella notte tra il 26 e il 27 gennaio.
Giustizia per Andrea
Raggiunta telefonicamente da Malpensa24 Rizzuto aggiunge: «Io sono una madre. Al posto della mamma di Andrea vorrei giustizia per mio figlio. E anche noi chiediamo, vogliamo, giustizia per lui». Non è facile per questa donna minuta e scioccata pronunciare queste parole. Michele, che da subito dopo l’arresto ha collaborato con gli inquirenti, facendo anche ritrovare alcuni oggetti importanti per le indagini, primo fra tutti uno dei due cellulari di Bossi distrutto la notte dell’omicidio evidentemente per cancellare tracce di contatti, nega di aver ucciso.
Deve assumersi le sue responsabilità
Secondo quanto dichiarato da Caglioni sia al Gip, l’altro ieri, giovedì 4 aprile, sia al pubblico ministero Francesca Parola che coordina le indagini, fu Carolo ad uccidere Bossi con un fendente al collo dopo essersi fatto dare un passaggio in monopattino da Caglioni sino a Cairate. Caglioni aspettava in strada e nulla sapeva. Entrò nell’appartamento perché Carolo gli aveva inviato un messaggio sul cellulare. «Voglio chiarire un punto – spiega Rizzuto – Sin dal primo istante, quando il mondo ci è caduto addosso dopo l’arresto di Michele, a nostro figlio abbiamo detto: “Devi assumerti tutte le tue responsabilità sino in fondo“. Responsabilità, però, per ciò che ha fatto, che è estremamente grave, non per ciò che non ha fatto, cioè uccidere Andrea Bossi. Io credo a mio figlio quando dice di essere entrato nell’appartamento e di aver visto Carolo che sfilava il coltello dal collo di quel povero ragazzo. E credo che l’analisi dei cellulari dimostrerà che fu Carolo a chiamarlo per entrare, che lui al momento dell’omicidio non era presente».
Le domande di una mamma
Caglioni ha ammesso di aver aiutato Carolo a spogliare Bossi dei gioielli che indossava. E di aver taciuto sull’accaduto per un mese, sino al momento degli arresti. «Ci siamo a lungo interrogati sul perché non ci abbia detto subito cos’era successo – spiega Rizzuto – Lo vedevamo strano, agitato. Ma è difficile capire sino in fondo un ragazzo di 20 anni anche se è tuo figlio. Perché abbia taciuto, perché non ci abbia detto tutto subito così da poter denunciare ai carabinieri cosa era successo, ce l’ ha spiegato lui. E’ stato zitto per paura. Minacciato di morte ogni giorno. E’ stato zitto perché terrorizzato, aveva paura che corressimo un rischio anche noi».
Distrutto per non aver salvato Andrea
Caglioni, dal carcere, ha inviato due lettere. Una a La Vita in Diretta con l’appello rivolto a tutti i cairatesi di aiutare gli inquirenti a trovare l’arma del delitto, convinto che quel coltello possa scagionarlo. L’altra, più lunga, personalissima, il cui contenuto né lui né i famigliari vogliono svelare per intero in segno di rispetto, indirizzata ai genitori di Andrea Bossi. «Nella lettera spiega tutto il suo dolore per l’accaduto – dice la mamma di Michele – Esprime il suo pentimento per il silenzio, chiede perdono ben sapendo quanto questo perdono sia difficilissimo. Soprattutto spiega che il suo più grande rimorso, un dolore che gli resterà sempre dentro, è quello di non aver potuto fare niente per aiutare Andrea. Per cercare di fermare quello che stava accadendo, per tentare di salvargli la vita».
