‘Ndrangheta, botte e incendi: così la cosca puniva gli “infami”. E nessuno denunciava

botte incendi

LONATE POZZOLO – Botte, minacce e incendi per mantenere potere e estorcere denaro. La Dda di Milano nell’ordinanza che ha portato in carcere ieri, giovedì 4 luglio, tra gli altri anche Emanuele De Cataldo, considerato un boss della ‘ndrangheta ai verti della locale Lonate-Legnano, contesta, tra le altre cose, i metodi tipici di una criminalità organizzata arcaica per mantenere il dovuto rispetto alla cosca nel Basso Varesotto.

Chi denuncia si trova l’auto bruciata

Gli «Infami» venivano puniti regolarmente. E’ il caso, ad esempio, di un dipendente del King Parking di Lonate Pozzolo che il primo dicembre 2018 si è visto devastare l’auto da un incendio doloso che danneggiò altre vetture. Una punizione per avere «Infamato» uno dei sodali che lavorava nello stesso parcheggio e che fu sospettato di aver rubato da alcune delle macchine in custodia e per questo licenziato. Come riportato nell’ordinanza eseguita all’alba di ieri.

incendio lonate

Botte a chi chiede la restituzione di un prestito

Anche chiedere la restituzione di denaro prestato comportava una punizione. Alle famiglie si doveva rispetto. Emblematico il caso dell’8 novembre 2017 a Lonate Pozzolo quando un giovane fu picchiato da Emanuele De Castro in persona e altri «tre soggetti» si legge nell’ordinanza a due passi dal bar Commercio in centro paese. Il giovane aveva “osato” chiedere ad Alfonso Rispoli, figlio del boss Vincenzo Rispoli, in carcere perché accusato di omicidio, la restituzione di 150 euro. Rispoli jr chiede a questo punto l’intervento risolutore di Emanuele De Castro che provvede picchiando il creditore. «Adesso hai capito chi sono?». Altro episodio che la Dda definisce emblematico per provare le dinamiche mafiose che il clan aveva ormai radicato sul territorio è quello registrato nel luglio 2017 in uno dei parcheggi gestiti da Salvatore De Castro. Una banale lite tra i due vede il malcapitato prostrarsi e chiedere perdono a De Castro dopo aver capito a quale famiglia appartiene. «Non ti avevo riconosciuto ieri» dice la vittima dell’intimidazione anche lui di origine calabrese.

Il clan funzionava come agenzia di recupero crediti

«Ciao maresciallo». E scatta il pestaggio. E’ un altro uomo di spicco della cosca a rendersi protagonista dell’episodio. Mario Filippelli aggredisce e picchia la vittima che lo aveva canzonato chiamandolo «Maresciallo». Il fatto viene registrato nel febbraio del 2018. «Tu come cazzo ti permetti di dare sti titoli ai cristiani», si legge nell’ordinanza. E per punizione “l’irrispettoso” viene preso a calci da Filippelli nelle parti intime. Parallelamente c’era un’attività di recupero crediti: «L’impossibilità di individuare le vittime ha reso impossibile al pm formulare autonomi capi di imputazione». Il dettaglio, secondo gli inquirenti, è indicativo del controllo esercitato dall’associazione a delinquere sui territori di Lonate Pozzolo e Ferno. Chi, a fronte di un prestito di denaro, non riusciva a farselo restituire non si rivolgeva alle forze di polizia o al tribunale. Andava dai boss che, in tempi rapidi e con metodi spicci, provvedeva a fare in modo che il prestito venisse restituito. Di fatto s’era creato uno Stato parallelo e illegale al quale politici e normali cittadini andavano a rivolgersi in caso di necessità o per regolare un presunto torto subito. 

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