Sputtanamento generale

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Sigfrido Ranucci, conduttore di Report

Tutto vero? Ci poniamo la domanda appena sfumano le immagini di Report, la trasmissione d’inchiesta di ieri sera, 19 ottobre, su Rai Tre. Fatti e protagonisti noti, oggetto di smisurati articoli e servizi su giornali e televisioni, che hanno tenuto banco negli ultimi anni e, in alcuni casi, nelle ultime settimane. La politica, la Lega, Fontana, Giorgetti, Caianiello, Rivolta e la ‘ndrangheta. Non necessariamente correlati tra di essi, nessuna interdipendenza, ad esempio, tra ciò che riguarda la vicenda dei camici dell’azienda di famiglia del governatore lombardo, camici che, come si sa, sono al centro di una indagine della magistratura milanese, e la cosiddetta locale di Lonate Pozzolo: ci mancherebbe altro!  Di sicuro un intreccio di opacità e scorrettezze, di cose dette o dissimulate, di verità e di bugie che offrono un’immagine pessima del Varesotto e della sua classe politica. Tra chi (Fontana e Giorgetti) la gira in un “assalto mediatico, giudiziario e politico alla Lega e alla Lombardia” e tra coloro (Caianiello e Rivolta) che ammettono e, addirittura, sembrano fieri di ammettere reati, contributi illeciti e tangenti, favori a chiunque passasse da loro, imprenditori, primari, candidati, sindaci, forze dell’ordine, dirigenti pubblici, uomini, ominicchi e quaquaraquà, fino ai rapporti più o meno stretti con le cosche. Una confessione pubblica che ha il sapore netto di una rivalsa, forse di un riscatto, magari, sotto sotto, molto sotto, di una resipiscenza.

Tutto vero? Torna la domanda dell’incipit rispetto a un quadro di riferimento devastante, peraltro risaputo e ribadito, ma che nella sua compiutezza televisiva appare come un affresco noir, di fantapolitica per un territorio che si è sempre fatto vanto di essere al di fuori di un certo malaffare, per definizione o per convenienza, proprio di altri territori. Invece no. Invece scopriamo e riscopriamo, e forse non basta ancora, che l’illecito, vero o presunto, più vero che presunto, è dietro la porta di casa. Caianiello e Rivolta lo confermano in tv con una leggerezza che spiazza e colpisce il comune senso dell’onestà. Tutto vero, non c’è dubbio: l’hanno raccontato ai magistrati, l’hanno testimoniato davanti alle telecamere. Come fosse normalità. “I voti servono, si vince anche per un voto in più. E allora si chiedono a chiunque” rivela un pragmatico e cinico Nino Cainiello, detto il mullah, come stesse bevendo un bicchiere d’acqua, come se trattare col diavolo fosse condizione imprescindibile della politica.

Il mullah, ma anche belzebù, che si fa riprendere leggiadro, ray ban e scarpe della Nike, mentre porta a passeggio il cane; considerato, il mullah, il consigliere occulto di Attilio Fontana, il regista delle giunte regionali, il collettore dei “contributi” per pagare la politica “perché costa” (già sentita, fonte Prima Repubblica, copyright Bettino Craxi). Capace, nelle dichiarazioni, di sminuire il ruolo del presidente delle Lombardia, segnalandolo come “front office” della politica, esecutore delle decisioni altrui. Le sue?

Sopravvalutato Caianiello da Report, non c’è dubbio, nonostante sia rimasto sulla scena per un ventennio, ma bloccato sulla soglia del potere che conta, quello romano e, probabilmente, milanese. Lui, con Peppino Falvo, il re dei Caf della Lombardia; e con Raffaele Cattaneo, formigoniano doc imbarcato nella giunta Fontana come premio alla sua fedeltà. Varesini anche loro, che hanno contribuito a diversi livelli e responsabilità, secondo l’inchiesta di ieri sera, a ritagliare quell’immagine pessima di una realtà spropositata rispetto a quella reale, di un’area che offre ben altro che un paio di conflitti d’interesse e qualche faccendiere ai quali – doveroso sottolinearlo – faceva però riferimento la politica, non una certa politica, ma la politica varesina nel suo insieme. Che, appunto nel suo insieme, esce dalla narrazione di Report con le ossa rotte. Uno sputtanamento generale di cui non si sentiva il bisogno. O invece sì, affinché diventi un motivo di rinascita di fronte a pratiche che, se dimostrate, disonorano un territorio che davvero non lo merita.

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