Una storia, gli angeli e la vita

pellerin oncologia ospedale busto

di Ivanoe Pellerin*

Cari amici vicini e lontani, voglio raccontarvi una storia. Penserete forse che è un po’ strano raccontare una storia per curare o consolare. Ebbene voglio farlo per allietare il vostro spirito, per portare un po’ di serenità, per consolare l’anima. L’anima, comunque la si voglia intendere, è importante e va trattata bene, almeno quanto il nostro corpo. È delicata e fragile, rara e preziosa, originale e unica. Un po’ come noi. Con essa occorre essere cauti soprattutto in questi tempi difficili e oscuri.

Dunque, volevo raccontarvi la storia di Pietro
Negli anni di questa mia bellissima vita di medico ho avuto molte esperienze, ho seguito tante persone, ho molto imparato dai miei malati. Ciascuno irripetibile, ciascuno con la sua storia. E la storia di ciascuno è il filo di ciascuna vita che si dipana, si avvicina, si attorciglia, si ingarbuglia o si allontana dal filo dell’altra vita, delle altre vite e in questo modo realizza la tela, il tessuto delle nostre esistenze, il tessuto che ci avvolge, che costituisce il nostro stare insieme, il nostro ritrovarci.
Per me raccontare qualche storia non è difficile, alcune provengono dalla mia vita, altre dalle mie letture.

Vi racconto dunque la storia di un grande giornalista, che ha diretto molti importanti giornali quotidiani, settimanali di rilievo, insomma di una persona che ha avuto grandi esperienze intellettuali, personali e di vita. Pietro ha avuto una vita bella, piena, si direbbe felice, si è avvicinato alle vite degli altri, le ha raccontate, ha conosciuto il mondo e lo ha raccontato. Ha conosciuto storie belle e brutte e le ha raccontate. Per molti è diventato piuttosto famoso. Non ci pensiamo quasi mai, ma la vita può deragliare all’improvviso. Bastano due parole. Nel caso di Pietro le parole sono “addensamento polmonare”, uno strano eufemismo coniato dai medici per indicare che Pietro è entrato nella costellazione del Cancro.

Ricordate la battuta di Woody Allen: “Oggi le due parole che è più bello sentirsi dire sono “è benigno”. Ma per Pietro non è così. Pietro muore, come si dice, dopo una lunga malattia ma nel frattempo riesce anche a scrivere un libro uscito postumo. Il titolo del libro è “L’albero dei mille anni” dove si impara, che la chemio tiene lontane le zanzare, che fare nove gradini è un’impresa, che stirarsi la mattina nel letto è un lusso, che si è talmente stanchi da non riuscire a leggere, che il cancro è un male che fa scattare un count down che sbeffeggia il tempo passato perché ormai conta solo quello che rimane ma è anche il liquido di contrasto che evidenzia ciò che vale veramente.

È un cammino che passa inevitabilmente per la brutalità e la devastazione della malattia, di un corpo massacrato nel quale non ti riconosci più, un cammino doloroso e drammatico, solo illuminato talvolta da alcuni piccoli sprazzi di luce. Così racconta con leggerezza l’incontro con alcuni angeli con il camice. “Ho visto come si comportano con i loro pazienti e oggi so che gli angeli esistono… Sono leggeri e ostinati, dolci e pazienti, fragili e sicuri della loro scienza. Credono nei protocolli internazionali e qualche volta in Dio. Credono nella guarigione e trattano con la morte da pari a pari. Perdono sempre, i più bravi non si arrendono mai.”

Incontra l’affetto e la vicinanza di amici e amiche, come Matilde che dice: “Stasera pregherò per te”. E Pietro commenta: “Mai sottovalutare la forza e la dolcezza delle preghiere di quei fortunati che hanno il dono della fede. Anche per i non praticanti come me le preghiere conservano un senso di mistero e d’infinito che solo uno stupido accecato dai pregiudizi sottovaluterebbe”.

Piano, piano la consapevolezza della malattia arriva, lentamente e dolorosamente e invade i sentimenti e l’anima di un uomo buono. L’autore, vero giornalista e vero scrittore, ha bisogno di raccontare la sua vicenda. Inizia così a pubblicare sulle pagine di Sette, il settimanale del Corriere, la vicenda di Gino, il suo alter ego. Racconta la malattia di Gino che è la sua malattia. La racconta con leggerezza e con passione e raccoglie un incredibile moltitudine di consensi ed anche la simpatia e la partecipazione di migliaia di lettori che seguono la storia. Molti replicano. Inviano mail e lettere di ogni genere, poesie, riflessioni, pensieri, osservazioni. L’autore scopre un’Italia bella, affidabile, tenera e silenziosa, un’Italia sconosciuta.

Io sono convinto che l’uscita di scena è ciò che conta davvero: a entrare sul palcoscenico sono buoni tutti. Il grande Eduardo dice a suo figlio Luca: “Posso insegnarti a entrare in scena, ma uscire in maniera giusta e nobile dipende solo da te. É una delle cose che distinguono il guitto dal grande attore.”

Ad un certo punto del racconto di questa vita violata e devastata, arriva una svolta radicale e sconvolgente e la malattia diventa un cammino di crescita e di nuova consapevolezza, raggiunta durante una chiacchierata con un amico sotto un baobab africano, il monumentale albero dai mille anni. “Perché pensiamo che il bello ed il buono sono sempre altrove, lontano da noi. Invece sono qui, davanti a noi, ai nostri piedi e non ce ne accorgiamo e finiamo col calpestarli e ucciderli…. Corto o lungo, il filo delle Parche diventerà esattamente quello che vorrete voi. Ogni giorno può durare cento ore, ogni ora mille minuti, ogni minuto migliaia e migliaia di secondi … ed in tutto questo tempo regalato ci sono cose meravigliose che vi aspettano.”

Si esce dalla lettura illanguiditi e grati. Grati per quello che ci lascia. Scrive Pietro: “Quelle piccole,indispensabili meravigliose cose che fanno la felicità di tutti i giorni e noi neanche le vediamo. Che stupidi che siamo.” E così nella mia testa ritornano i sottotitoli del libro: “All’improvviso il cancro. La vita all’improvviso” Ed una frase ritorna con forza: “Bisogna credere alla magia del mondo. Aiuta a vivere”.

*già direttore dell’Unità Operativa Complessa di Cure Palliative e Terapia del Dolore dell’ospedale di Legnano

Angeli vita pellerin – MALPENSA24