Mensa dei poveri, il “sistema Gallarate” a processo. Tangenti e bandi ad hoc

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Nino Caianiello depone in aula a Milano

MILANO – Il “sistema Gallarate” al centro del processo per l’inchiesta Mensa dei poveri. Sul banco dei testimoni (assistito dall’avvocato Tiberio Massironi) ancora Nino Caianiello, l’ex plenipotenziario di Forza Italia in provincia di Varese al quale, parole sue, tutti si rivolgevano. Il Mullah, così lo chiamavano, è stato arrestato nel maggio 2019 in seno alla medesima inchiesta coordinata dalla Dda e dalla procura ordinaria di Milano.

Operazione Tigros

Cuore dell’interrogatorio di oggi, lunedì 19 settembre a Milano, è stato proprio il sistema “politico-economico” gallaratese. Partendo dalla vicenda Tigros che vede oggi al banco degli imputati l’ex patron della società di grande distribuzione organizzata, Paolo Orrigoni. L’accusa per lui è di corruzione. L’antefatto è noto: Pier Tonetti, imprenditore gallaratese, si rivolge all’allora referente cittadino di Forza Italia Alberto Bilardo (come Caianiello anche Bilardo ha già patteggiato per queste vicende) chiedendo “sostegno politico” affinché fosse cambiata nel Pgt la destinazione d’uso di un’area di via Cadore a Gallarate in modo che vi si potesse realizzare un supermercato Tigros. Caianiello, che tutti conoscono come il mullah, lo ha detto oggi in aula, dà il suo benestare in quanto vertice del sistema.

Orrigoni era “consapevole”

Tonetti anticipa 50 mila euro, che girano su una società compiacente in modo che Bilardo non compaia (società che trattiene 20 mila euro). I restanti 30mila euro dovranno essere divisi tra Caianiello, Bilardo e un terzo professionista che ha trovato il contatto con la società compiacente. A questo punto la domanda del pubblico ministero Silvia Bonardi è molto chiara: «Orrigoni era al corrente di questo contratto?». Caianiello, alla fine risponde: «Parlai con Orrigoni e lo rassicurai sul fatto che ci stavamo interessando politicamente all’operazione. Lui (Orrigoni) era consapevole del fatto che, se l’operazione fosse andata in porto, avrebbe dovuto retrocedere i 50 mila euro o una parte di essi».

Cassani e la variante generale non puntuale

A questo punto Bonardi sposta l’attenzione sulla variante puntuale al Pgt che avrebbe dovuto garantire il cambio di destinazione del terreno. E chiama in causa il sindaco di Gallarate Andrea Cassani. «Cassani (imputato nel processo ma con altre contestazioni) da subito si è detto contrario alla variante puntuale per il cambio d’uso del terreno – ha precisato l’ex plenipotenziario di Forza Italia – Orrigoni mi riferì poi che Cassani, incontrato al matrimonio di un consigliere regionale leghista, gli disse di non essere contrario alla variante in sé ma di essere contrario all’iter. Ad una variante puntuale ne preferiva una generale in modo che l’iter, appunto, fosse sì più lungo ma anche più trasparente».

Il debito politico

Quindi l’assegnazione dell’incarico per disegnare la variante al Pgt finito a uno studio più vicino a Forza Italia. «Bilardo e Petrone (Alessandro, all’epoca assessore all’Urbanistica, a sua volta in quota Caianiello, imposto a Cassani al quale era inviso, così come testimoniato oggi in aula ndr) mi disse che il concorrente era invece vicino all’ex sindaco di centrosinistra di Gallarate Edoardo Guenzani», non gradito, però, al mullah. «Bilardo mi riferì che dopo quell’assegnazione Cassani gli disse che la Lega a quel punto aveva un credito politico con Forza Italia. Mi parve, però, molto strana come affermazione da parte di Cassani».

Haus Garden e bandi su misura

Sullo sfondo di un’udienza durata otto ore c’è il “colore” di una città (Gallarate) dove tutto girava attorno al mullah. C’è il bar Haus Garden «Vicino a casa mia. All’inizio ci andavo a bere il caffè. Poi è diventato ‘l’ambulatorio’ dove ricevevo politici, professionisti e imprenditori. Mi ero sistemato sul fondo del locale: tutti sapevano che potevano trovarmi lì». E lì, a quanto pare, sono stati decisi Cda delle partecipate e giunte comunali. Ci sono le lagnanze all’ex presidente di Prealpi Servizi Marcello Pedroni (anche lui arrestato con pena poi patteggiata) perché l’imprenditore D’Alfonso (Ecol Service) che su richiesta di Caianiello aveva finanziato la società sportiva di Carmine Gorrasi, referente provinciale di Forza Italia all’epoca oggi a processo, che avrebbe “girato” il finanziamento alla campagna elettorale di Angelo Palumbo, consigliere regionale ancora in carica a sua volta a processo, non riusciva a vincere un bando.

Largo ai giovani

«Invitai Pedroni a casa con la scusa di fargli vedere i miei canarini, Pedroni è un grande esperto di canarini, gli dissi di fare questo benedetto bando per D’Alfonso». E poi, in chiusura, ci sono i giovani, il futuro: Gorrasi, Palumbo e l’ex europarlamentare Lara Comi (anche lei a processo) da “allevare” perché continuassero il lavoro dopo che Caianiello, già condannato in via definitiva a tre anni per un altro episodio di corruzione, non poteva più ricoprire incarichi istituzionali in seguito alla legge Severino. Si torna in aula venerdì 23 settembre.

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