Morti sospette in sala operatoria, indagini chiuse per due chirurghi di Busto

Nella foto l'avvocato Fabio Manfrè

BUSTO ARSIZIO – Sono due morti sospette (entrambe colpose) e un caso di lesioni (sempre colpose) quelle passate al setaccio dalla procura di Busto Arsizio per le quali sono indagati due chirurghi, entrambi in servizio nel reparto di Otorinolaringoiatria dell’ospedale di Busto all’epoca dei fatti (uno ex primario pro tempore) con le accuse di omicidio colposo e lesioni colpose.

Indagini chiuse

I fatti contestati risalgono al 2018. Ora il pubblico ministero Nadia Calcaterra, titolare dell’inchiesta, ha notificato l’avviso di conclusione indagini e molto probabilmente si prepara ad esercitare l’azione penale chiedendo il rinvio a giudizio di entrambi i professionisti.

L’esposto dei colleghi

Fatto singolare è che a rivolgersi all’autorità giudiziaria chiedendo di far luce su eventuali colpe da parte dei due chirurghi non siano stati i famigliari dei pazienti, bensì i colleghi di reparto. Medici che denunciano altri medici. In realtà nell’esposto presentato dagli altri sanitari in servizio nel reparto all’epoca dei fatti venivano addirittura segnalati 15 casi sospetti. Il lavoro certosino e attento messo in campo dal pubblico ministero Calcaterra (tre consulenti tecnici d’Ufficio del Tribunale molto accreditati sono stati messi al lavoro per mesi) ha permesso di “scremare” 12 casi per i quali non è stato individuato il nesso causale tra l’intervento subito e un eventuale danno.

Intervento sproporzionato

La contestazione è sottile ed estremamente tecnica (parliamo tra l’altro di pazienti anziani con patologie oncologiche) e non riguarda un eventuale errore “meccanico” durante l’intervento in sala operatoria bensì una presunta sproporzione tra la patologia e la portata dell’intervento. Detto in soldoni: come se per asportare un neo rimuovessero metà del viso di qualcuno.

Il parere della commissione

«In primo luogo, preciso che chiederemo di essere interrogato dal pm – afferma l’avvocato Fabio Manfrè , legale dell’ex primario – Aggiungo che non fu il mio assistito, né la collega che in sala operatoria si occupava della ricostruzione durante gli interventi, a decidere in maniera autonoma di eseguire gli interventi. Fu una apposita commissione, composta da tutte le professionalità mediche coinvolte sia nella cura dei pazienti che in sala, a optare per l’operazione quale soluzione più efficace. Preferendola a altre tipologia di cura quale radio o chemioterapia».

Chiederemo di essere interrogati

Lo stesso Manfrè rileva la «Singolarità di un esposto presentato dai colleghi dei due indagati, che hanno sempre operato insieme, in prossimità di un concorso per la posizione di primario. Aggiungo – spiega l’avvocato – Che trattandosi di pazienti oncologici è difficilissimo stabilire l’eccesso della rimozione. Chi può essere certo di quando sia giusto fermarsi? Chi può essere sicuro in un momento esatto di aver rimosso tutto ciò che era necessario rimuovere? Trattandosi di un caso estremamente complesso e molto tecnico abbiamo nominato a nostra volta quale consulente, un prestigioso specialista in cardiologia e nefrologia. Rigettiamo ogni addebito; ribadisco la volontà del mio assistito di farsi interrogare dal pubblico ministero».

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