La speranza, la verità e Ricciardetto

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di Ivanoe Pellerin*

Cari amici vicini e lontani, ho spesso accennato alla necessità di avere consapevolezza delle proprie condizioni di salute e/o di malattia e di come questa opzione (ci credo fortemente) non sia per nulla in contrasto con la speranza.
Una considerazione ancora ritenuta di notevole attualità è il convincimento che dire la verità al paziente colpito da un malanno inguaribile significa sottrargli quella parte della residua speranza nella quale tutti noi ci rifugiamo nei gravi momenti di disperazione. Quale speranza? Speranza di cosa? Speranza in che cosa?
Credo di avervi già confidato che un grande saggio ebbe a suggerirmi, mentre discutevamo su questi temi, che dobbiamo “nuovamente imparare a dire la verità” e che dobbiamo “nuovamente imparare la verità da dire”. Dire la verità non è soltanto una questione di atteggiamento personale, ma anche di esatta valutazione e di seria riflessione della situazione della Persona. E questo è un
nodo non facile da affrontare per il medico di fronte al malato inguaribile. Quanto più varie sono le condizioni di vita di un uomo tanto maggiore sarà per lui la responsabilità e la difficoltà di dire la verità e di scegliere la verità da dire, rispettando non solo la dignità dell’altro ma interpretando con grande impegno i suoi modi ed i suoi tempi ed in questo modo la sua speranza.
Se pensiamo per un solo attimo ai nostri amici o conoscenti o parenti ammalati in modo grave o drammatico, veniamo scossi dalla difficoltà e dal dubbio. Un attimo prima ci sembrava tutto così chiaro e un attimo dopo ci sentiamo smarriti di fronte alla sofferenza dell’altro che ci chiede aiuto.
Aiuto per capire, aiuto per comprendere, aiuto per dare un senso alla sofferenza che sta attraversando. Eppure, è proprio attraverso il percorso di senso che la persona, adeguatamente aiutata a non soffrire il male fisico, può riappropriarsi di nuovo dell’ultimo tratto della strada della vita, può liberarsi dalle pene e dalle afflizioni e può determinarsi secondo un proprio “progetto di vita”.
Ciò che mette in campo le appartiene intimamente, rispecchia i propri valori morali, dà sostanza e comprensione al faticoso procedere. Tagore scrive: “La morte come la nascita fa parte della vita. Camminare consiste sia nell’alzare il piede, sia nel posarlo”. E la persona consapevole si dispone alla speranza di potersi ancora determinare, di dare un nome alle proprie emozioni e sentimenti, di guardarsi intorno e ringraziare, di prepararsi alla conclusione secondo i propri intimi intendimenti.
Solo chi perde l’adesione al suo sentire, solo chi perde l’interpretazione al proprio sé, solo chi non riesce più a progettare il minuto che viene, perde davvero la speranza. La speranza di una trasformazione, la speranza di un annullamento senza pena, la speranza nella vita eterna, la speranza in un mondo migliore, la speranza di raggiungere il Dio creatore, la speranza di poter concludere degnamente e dignitosamente il proprio esistere. Speranze tutte diverse, tutte estremamente importanti poiché unica e irripetibile è la conclusione di una vita compiutamente vissuta.
La speranza non è un pronostico, è un orientamento dello spirito, un orientamento del cuore. Non è la convinzione che qualcosa andrà bene ma la certezza che qualcosa ha un senso a prescindere da come andrà a finire.
Insieme alla speranza … l’incognito e non occorre essere un credente intimamente affidato per sentire urgere dentro le domande che per secoli gli uomini si sono posti. La spiritualità dell’uomo non connota il credente, ma la persona, tutte le persone. Tutti o quasi tutti. Il mio amico Toscani, grande colto, è l’unico che crede di non avere radici cristiane, quando la nostra cultura, a mio parere, ne è intimamente intrisa, che lo vogliamo o no. Tutti o quasi tutti siamo tentati dalla ricerca di qualche risposta, quindi di qualche domanda … di qualche domanda su Dio. A volte in modo evidente quasi urlato, a volte in modo sommesso quasi sussurrato, ma capita. Talché sempre il mio amico Toscani, grande ateo, alla domanda posta in un dialogo a bassa voce se non avesse messo in conto di presentarsi a Qualcuno dopo la morte mi rispose: “Ma certo, non sono stupido!”
Sul filo di questi pensieri mi piace ricordare un grande uomo di molti anni fa, giornalista del Corriere della Sera e scrittore, Augusto Guerriero, detto Ricciardetto, che dedicò l’ultima parte della sua vita a questa domanda. Messo in grande difficoltà da una tremenda malattia che lo aveva reso del tutto sordo e completamente paralizzato, la sorte lo lasciò campare per sua disgrazia fin quasi a novant’anni. Era uno di quei napoletani signori che quando sono tali, lo sono in modo grande. Era scapolo, gelosissimo della sua privacy, e copriva la sua fondamentale malinconia di grande solitario con un umorismo di stampo inglese e la curava con la musica classica, di cui era appassionato intenditore. La sordità fu per lui una tragedia, anche per questo: perché lo privò della musica, come Beethoven, ma il Grande Musicista l’aveva nella testa. Negli ultimi anni di vita cercò disperatamente Dio, ma lo cercò attraverso la ragione, come molti altri prima e dopo di lui e non lo trovò. Su questa intensa e drammatica vicenda scrisse un libro “Quaesivi et non inveni”. Un libro lucido e magnifico, credo oggi introvabile. Negli ultimi disperati anni nessuno si ricordò più di lui ed anche Montanelli ne rimpianse il ricordo e la vicinanza.
Come vedete a volte la vita è strana e straordinaria e non occorre essere preda di orribili morbi per essere preda di orribili angosce. La speranza e la consapevolezza di sé non risolvono il mistero della vita e della morte, ma ci aiutano ad affrontarlo.
Cari amici vicini e lontani, vi auguro una buona e lunga vita.

*già direttore dell’Unità Operativa Complessa di Cure Palliative e Terapia del Dolore dell’ospedale di Legnano

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