MATTEO CARONNI: “Il prescelto era Guardiola, Sarri un ripiego, società in difficoltà”

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Matteo Caronni

Con la conferenza stampa di ieri è iniziata la stagione della Juventus e, allo stesso tempo, si è chiusa una delle telenovele più complicate, intriganti e controverse degli ultimi anni. Da quel 17 maggio (giorno dell’esonero di Allegri, seppur confezionato alla perfezione come un divorzio consensuale) sono successe un mucchio di cose, sono emerse un’infinità di notizie, di nomi, di situazioni e di diatribe degne di una vera e propria spy story.
Credo sia giunto quindi il momento di trarre delle conclusioni da tutto ciò che è accaduto, partendo però dal fatto che è indispensabile scindere l’aspetto tecnico da quello giornalistico. Le fazioni che tristemente si sono venute a creare, quelle dei guardiolisti e sarristi, hanno eccitato tifosi e addetti ai lavori più e meno importanti, ma certamente non la Juve. L’obiettivo n°1, o chiamiamolo pure sogno col senno di poi, è stato certamente Guardiola. Piaccia o meno, risulti o meno ai “grandi media”, l’inseguimento di Paratici nei confronti del Pep di Manchester è partito da lontano. Già a febbraio il ds ha cominciato a vedere il fratello del catalano e, forse con anche un po’ di stupore, la porta non era aperta, ma spalancata. È stata probabilmente proprio la piena apertura di Guardiola a tradire la Juve. La vecchia regola del calcio “se hai il sì del giocatore/allenatore alla fine l’operazione va in porto”, però, non funziona o non vale con gli sceicchi. Adesso Paratici e Nedved l’hanno capito e imparato anche a loro spese. Parliamoci chiaro, la delusione di molti tifosi bianconeri e la medesima del PRIMO tifoso: Andrea Agnelli. Lui ha ascoltato i suoi manager come giusto che faccia un presidente di stampo aziendale, ma il fatto di aver dovuto salutare un allenatore apprezzato e soprattutto un amico, per poi ripiegare su una seconda scelta, non è andata giù né a lui né soprattutto ai piani alti, altissimi. La conferenza low profile di ieri ne è la dimostrazione. Dopo la svolta giovane e di ampio respiro internazionale intraprese da un paio d’anni, ripiegare su Sarri non era nei piani. Certificato tutto questo non tuttavia è pensabile restare a leccarsi le ferite. Ora bisogna guardare al futuro, con positività ed entusiasmo, cosa che però non ho percepito nella prima uscita pubblica di Sarri. E sia chiaro, non per colpa sua, ma piuttosto della Juventus stessa. La sensazione di una società con ancora la delusione nella testa era palpabile a detta di anche di chi era presente. Un Sarri lasciato libero di parlare di Napoli per 45 minuti su 60 non è da Juve, non è da società che cura i dettagli in maniera maniacale. Non è da Juve accettare la richiesta del nuovo allenatore di andare a baciare l’anello di Cr7 mostrando ancor prima di iniziare una reverenza che sa molto di sottomissione. Telefonare ai senatori di un club che non si conosce è doveroso, ma sdraiarsi davanti a loro no. Se scuso Sarri perché neofita a grandissimi livelli (no il Chelsea non è paragonabile alla Juve), la società no. Tutte le mie perplessità sul personaggio Sarri non le ho mai nascoste. Da quel punto di vista non lo riconoscerò mai come il “mio” allenatore. Devo tuttavia essere sincero, da ieri a preoccuparmi non è il tecnico. Per la prima volta da quando se n’è andato ho pensato “si sente la mancanza di Marotta”. La speranza è che sia anche l’ultima..

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