VISTO&RIVISTO La vera vecchiaia è la perdita di immaginazione

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di Andrea Minchella

VISTO

OLD, di M. Night Shyamalan (Stati Uniti 2021, 108 min.).

Ci risiamo. Dopo un leggero spiraglio, avvenuto con il timido “Split” del 2016 in cui tutto il peso del riscatto artistico del regista era in mano al bravissimo James McAvoy, torniamo a perdere ogni speranza nei confronti del regista che più di vent’anni fa ci aveva stregati con il potente ed iconico “Il Sesto Senso”. Shyamalan ci ha ormai abituati ad una sorta di montagne russe in cui il nostro metro di giudizio viene continuamente messo alla prova a causa di progetti incomprensibili e film banali, noiosi e troppo pretenziosi. Sono lontani i momenti di trepidazione in cui si aspettava il “prossimo” film di Shyamalan. Dopo il magnifico racconto onirico che riabilitava il “macho” degli anni novanta Bruce Willis, il regista naturalizzato statunitense ci regalò il criptico e profondo “Unbreakable”, il sempre attuale “The Village” e il claustrofobico “The Signs” con un sorprendente Mel Gibson e un ormai pronto Joaquin Phoenix.

Dopo questi veri capolavori, la filmografia di Shyamalan sembra essersi persa, a favore di confuse e poco brillanti idee. Se la grammatica “shyamalaniana” rimane sempre una caratteristica predominante nelle sue opere, la sceneggiatura e i soggetti spesso non sono all’altezza della creatività esplosiva del regista. A meno che anche nelle menti più rigogliose, ad un certo punto, può avvenire una sorta di blocco dell’immaginazione. E così assistiamo ad una fatica artistica complessa ed evidente che mette alla luce progetti incomprensibili che nulla hanno a che fare con i capolavori che hanno caratterizzato la prima fase della sua carriera.

“Old” è un progetto, probabilmente, perdente in partenza. Nasce dalla trasposizione di una “graphic novel” di successo,” Castello di Sabbia”, che ci racconta di una spiaggia tropicale che racchiude un macabro e magico segreto. I visitatori della spiaggia misteriosamente invecchiano molto velocemente e non possono allontanarsi da essa in nessun modo. Il film, zeppo di luoghi comuni e stereotipi dei film “horror” degli anni duemila, ci racconta di alcune famiglie che, ospiti di un prestigioso villaggio, vengono invitati dal gestore della struttura a fare un’escursione in una spiaggia remota che sembra non essere stata toccata né sfiorata da essere umano. Arrivati sull’isola, subito si accorgono che qualche cosa non va: oltre a rinvenire il cadavere di una ragazza, nel giro di pochi minuti si accorgono che i bambini diventano adolescenti, e i segni del tempo si impossessano dei loro corpi, prima, e delle loro menti, dopo.

La narrazione prosegue inesorabile tra una lontana proiezione di “Lost” e una sbiadita versione ancor più noiosa del disastroso “Fantasy Island” dell’anno scorso. Insomma, questo nuovo accordo tra il regista e la Universal Pictures non sembra partire con il piede giusto. “Old” si trasforma subito in qualcosa di già visto, dando vita a sequenze banali e battute scontate. La grammatica filmica risulta, forse, essere l’unico aspetto che caratterizza la presenza del regista. La frenetica movimentazione della macchina da presa che spazia dal dettaglio del viso di un personaggio alla veduta aerea e la continua messa in sfocatura fino allo zoom più estremo, forniscono un’ esile ma preziosa presenza attiva di Shyamalan che sembra privare lo spettatore di stabili coordinate visive, che però non è sufficiente alla valutazione finale dell’intero progetto.

Inutile la presenza di alcuni attori molto preparati, come Gael Garcia Bernal o Vicky Krieps, che sembra non abbiano ricevuto nessuna preziosa e necessaria indicazione da parte del regista.

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RIVISTO

LA MORTE TI FA BELLA, di Robert Zemeckis (Death Becomes Her, Stati Uniti 1992, 99 min.).

Seppur troppo connotata nel tempo in cui è stata realizzata, questa commedia rimane ancora oggi un’originale e spiazzante viaggio nella società moderna e nella sua ancestrale e invalidante paura del tempo che passa e dell’impossibilità di poterlo fermare.

Se parli di chirurgia plastica parli della paura di morire e della volontà di fare qualsiasi cosa pur di poter vivere un solo minuto in più. Robert Zemeckis, anche grazie ad un cast misurato ed eterogeneo, confeziona un’esilarante e destabilizzante narrazione dei vizi e delle paure della società occidentale degli anni novanta in cui l’estetica diventava la vera religione che poteva garantire l’eterna giovinezza a chiunque al costo di qualche migliaio di dollari.

Da rivedere per apprezzarne la cinica e vera critica al mondo dell’apparenza e dell’onnipotenza.

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