Caianiello, un potere eccessivo che sfruttavano in molti. Anche gli avversari

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La domanda è: come è stato possibile che un condannato per concussione (3 anni e 125mila euro), espulso da Forza Italia quando coordinatore nazionale era Sandro Bondi, mai più rientrato ufficialmente nel partito, godesse di un simile potere? La risposta è scontata: perché a tutti andava bene così. Nino Caianiello, il mullah, ora in carcere ad Opera, spadroneggiava negli ambienti politici e istituzionali, anche ai livelli alti. Adesso c’è chi gli ha girato le spalle (i topi fuggono sempre dalla nave che affonda e gli squali sentono subito l’odore del sangue). Ma Caianiello andava bene ai berlusconiani per il suo cospicuo patrimonio di voti, che metteva a disposizione di volta in volta ai candidati da lui prescelti, puntualmente eletti; andava bene ai vertici forzisti perché gestiva la baracca con mano ferma, manovrando dalla tolda di Agorà, la finta associazione culturale che egli aveva fondato e nella quale sono confluiti in molti, folto gruppo che per anni ha rappresentato l’azionista di maggioranza del partito in provincia di Varese; andava bene alla vasta platea di personaggi e personaggetti che gli gravitavano attorno, sicuri di ottenere favori o posti, in cambio, come si legge nelle carte dei magistrati, del pagamento della “decima al feudatario”; andava bene alla Lega che ne sfruttava l’abilità politica in funzione delle alleanze locali, Lega con la quale stipulava gli accordi amministrativi e, manco a dirlo, spartiva i posti soprattutto nelle partecipate; andava bene al Partito democratico quando, appunto, in provincia bisognava distribuire poltrone e strapuntini; andava bene a diversi operatori della sanità, ai quali dispensava aiutini politici di matrice regionale; andava bene finanche ai giornalisti, alcuni dei quali addirittura al suo servizio, perché forniva informazioni e, in un certo senso, protezione.

Lo scugnizzo diventato affabulatore

Nino Caianiello era qualcosa di più e di diverso del politico politicante, ci sapeva fare e, quello che faceva, lo faceva bene. Aveva cominciato a frequentare la politica coi socialisti, ai tempi di Bettino Craxi. Arrivava da Napoli, quartiere Sanità, dove aveva imparato l’arte della Cabala e l’interpretazione dei sogni, conoscenze che da giovane aveva messo a frutto in alcune trasmissioni televisive della mitica Antenna Tre. Insomma, uno scugnizzo diventato affabulatore. I litigi linguistici coi congiuntivi non l’hanno mai intimorito, capace di tenere comunque testa a qualunque interlocutore. E di litigi veri, anche con lancio di sedie durante gli incontri, Caianiello ne ha “firmati” decine durante gli anni della sua militanza. Un napoletano verace, ci verrebbe da dire. Ma anche un politico che ha sempre tenuto fede ai propri impegni: la stretta di mano per lui vale un contratto. Anche per questo ci si fidava, nonostante tutto.
Una fiducia oggi venuta meno dopo le rivelazioni dell’inchiesta milanese. Dopo l’intreccio di vero o presunto malaffare che ha sostenuto la sua attività. Tutto noto, oramai. Tutto nella disponibilità della magistratura che ha portato alla luce l’organizzazione industriale dei suoi commerci. Eppure, Caianiello vanta amicizie importanti, politici di primo livello, naturalmente, ma anche imprenditori, esponenti della buona società coi quali ha sempre interloquito. Uno capace di porre veti persino nelle nomine della giunta di Palazzo Lombardia. Incredibile.

“Io sono io e voi non siete un cazzo”

Una dimensione sovraprovinciale, insomma. Che ha acquisto via via, atipico e sorprendente influencer della politica. Sui suoi conti bancari sarebbe finita buona parte dei soldi raccolti con le “decime”, così come emerge dalle indagini. Per giustificare il flusso di denaro, versamenti da 500 fino a 2500 euro per volta, aveva dato vita a una società di compravendita di quadri, la Sacro Graal, nome impegnativo e evocativo, che rimanda a straordinarie imprese che lui, Indiana Jones della mazzetta, a un certo punto aveva in mente di realizzare con un ufficio nella centralissima via San Giovanni Bosco, a Gallarate. Intermediazioni, c’era scritto sulla targa affissa all’ingresso per alcune settimane, prima che l’ufficio venisse trasferito in un meno appariscente bar di via Ercole Ferrario, l’ormai famoso ambulatorio. Mica pizza e fichi, come se nulla fosse. Intermediazioni che, evidentemente, non gli hanno portato fortuna. Lui, che gli avversari chiamano Belzebù e che altri, più ironicamente, hanno accostato al marchese del Grillo: “Perché io sono io e voi non siete un cazzo”. Fino a martedì scorso, prima che varcasse l’uscio di una cella.

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