Alitalia prende i soldi e scappa. Da Malpensa

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Ci tocca riparlare di Alitalia in relazione a Malpensa. Che sia l’ultima volta, nonostante l’annunciato, definitivo disimpegno della compagnia tricolore sulle piste della brughiera, non saremmo disposti a scommettere. La cancellazione della tratta da e per Roma è destinata a suscitare reazioni indignate, come accadde già qualche anno fa quando, chiuso lo stesso collegamento, Alitalia fu costretta a ripristinarlo a furor di popolo. D’accordo, le condizioni non sono le stesse di allora, gli effetti negativi del Covid riguardano anche e soprattutto il trasporto aereo e hanno richiesto e richiederanno drastiche misure per contenere i danni gestionali. Ciò a dire che le motivazioni sono buone per giustificare lo stop del volo sulla capitale, non più sostenibile.

Però, c’è un però da tenere in conto: il territorio. Al quale si appellano forze istituzionali e politiche (aspettiamo quelle economiche) per sottolineare l’inopportunità di una simile decisione, che penalizza l’intera area o, comunque, ne testimonia il tentativo di minimizzarne la sostanza in termini produttivi e sociali rispetto ad altre zone del Paese, magari della stessa Milano. Sottovalutando il territorio e il suo ruolo nella formazione del Pil nazionale si sottovaluta di conseguenza l’aeroporto, quello nuovo, realizzato poco più di vent’anni fa proprio in funzione di Alitalia, che ne voleva fare un hub.

È vero che Malpensa può sopravvivere anche senza l’onerosa compagnia italiana, e che, tutto sommato, il business è sostenuto da altri vettori stranieri, dai cargo e, manco a dirlo, dalle low cost. La cifra internazionale dello scalo non è in discussione e, una volta passata la buriana sanitaria, quando passerà, i dati risaliranno in fretta. Il problema allora è politico, di coloro i quali gestiscono le vicende di Alitalia e, con esse, lo scalo concorrente di Fiumicino. Il nodo da sciogliere è sempre uguale: la supremazia di Roma, che non vuole far crescere Malpensa, tenendola se possibile sottotraccia per la constatazione che il mercato è qui, al Nord, e impone le sue leggi a discapito di Fiumicino. Aspetti detti e ridetti, ma forse mai abbastanza.

Non si può nemmeno disconoscere che il collegamento con Roma esiste in quanto sinora considerato una navetta per i passeggeri in arrivo da New York e dal Giappone. Bloccati questi voli, Alitalia non riesce a riempire gli aerei da e per Roma. Ma si tratta pure di un collegamento che è sempre esistito anche per il traffico business, generato al Nord, finanche dalla vicina Svizzera, da cosa se no? Infine, si può considerare un collegamento simbolo, una bandierina della compagnia o, meglio, ex compagnia di bandiera, su Malpensa. Cancellarlo significa vanificare il ruolo dello scalo della brughiera. Per giunta da un vettore che rappresenta un pozzo senza fondo per le casse statali, costrette a immettere miliardi (miliardi!) di euro per tenerlo in vita, dimenticandosi dell’indotto di uno scalo che dà lavoro a migliaia di persone. Con il sospetto di ben altre tratte “tricolori” in forte, fortissima perdita su diversi aeroporti ma intangibili, protette, riconfermate.

Tutto dejà vu, nulla di nuovo sotto il sole. Come i soldi, tanti soldi, versati a chi, una volta intascati, è lesto a fuggire. Ci verrebbe da scrivere: Alitalia prende i soldi e scappa. Ma c’è poco da scherzare, caso mai da incazzarsi con un governo sordo alle esortazioni di chi si muove a favore di Malpensa e riceve in cambio soltanto pesanti sberleffi. Che fanno male in primo luogo al territorio e, quindi, alla gente che lo abita. Quella che vota.

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