Protocollo Cazzaniga, l’obiettivo era provocare una morte dolce

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SARONNO – «Cazzaniga, con la definizione di quel protocollo, intendeva la somministrazione di farmaci per aiutare i pazienti nelle ultime ore della loro vita. Per alleviare dolori e sofferenze gli praticava farmaci diversi». Lo ha riferito in aula a Busto Arsizio un infermiere del pronto soccorso dell’ospedale di Saronno. Il processo è quello contro l’ex vice primario dell’ospedale di Saronno, Leonardo Cazzaniga.

L’utilizzo dei farmaci

«Tendeva a usare – ha specificato il teste – questi farmaci, ricordo il valium e il midazolam, per aiutare le persone anche dal punto di vista respiratorio. Non esistevano delle norme, interveniva con cure terapeutiche diverse a seconda dei pazienti che doveva curare. Con quei farmaci li accompagnava verso la morte. Si trattava di pazienti malati terminali: la finalità dei farmaci comunque era di arrivare alla morte. Lo applicava a persone che riteneva avessero poche aspettative di vita. Una volta avevo sentito di un caso in cui il protocollo era stato utilizzato in oncologia. Mi disse il collega che i parametri erano normali, ma poi il paziente era morto. La sua concezione era che per i pazienti con poche aspettative di vita era inutile effettuare terapie per allungarne l’esistenza, facendole soffrire di più».

Scontro nel merito eticoccazzaniga testimoni infermiere

Poi un ricordo rispetto alla morte di Maria Rita Clerici, la mamma di Laura Taroni, per la quale Cazzaniga sta rispondendo in aula: «Lo vidi passare un paio di giorni prima, o il giorno prima del decesso della signora – ha ricordato l’infermiere – mi disse che era passato a prendere dei farmaci per aiutarla perchè aveva la polmonite».
Dal punto di vista della difesa, rappresentata dal legale del Foro di Brescia, Ennio Buffoli, i farmaci, utilizzati per lenire le sofferenze dei pazienti malati terminali, accorciavano fisiologicamente la loro vita, ma non c’era alcuna intenzione da parte del medico di uccidere.
Uno scontro etico che rappresenta il nodo vero di tutto il processo. E che ieri è venuto a galla con tutta la sua forza dirompente. In particolare anche quando ha riferito in aula Maria Antonietta Sartori, moglie di Pierfrancesco Leone Ferrazzi, di Gerenzano, deceduto il 4 gennaio del 2011.

La vicenda di un ammalato di cancro

«Cazzaniga mi disse che le condizioni di mio marito erano ormai fortemente compromesse e che gli avrebbe somministrato quei farmaci per accompagnarlo verso una morte dolce. Più o meno era stato questo il senso della sua frase che era pronunciata. Mio marito – ha raccontato la donna – aveva un tumore al colon per il quale aveva dovuto sostenere tre interventi. Un tumore diagnosticato nel 2008. Quando gli dissero che potevano esserci della metastasi volle farsi operare a Tradate. Andò poi per le terapie a Niguarda dove tentò una cura sperimentale che però gli produsse uno shock anafilattico. Dovette interrompere la terapia. Fu poi ricoveratoal Valduce. Dopo Niguarda ci dissero che la malattia era regredita del 50-60 per cento. Con le chemio fatte al Valduce le metastasi si arrestarono».

Decesso improvviso al pronto soccorso

Compatibilmente con il quadro clinico generale, Pierfrancesco Ferrrazzi trascorreva una vita normale. Era autosufficiente, tanto da effettuare anche diversi viaggi di piacere tra l’Argentina, la Scozia e la Romania. «Dopo quell’ultimo viaggio – ha raccontato la moglie – non si era sentito bene, ebbe 39.5 di febbre e lui e mio figlio, con il quale era andato in viaggio, anticiparono il rientro. Al Valduce dissero che la situazione era peggiorata». Tornò a casa, ma per il paziente era ormai solo questione di tempo. Su suggerimento di un’amica medico, tornò in ospedale, ma questa volta a Saronno. Al Valduce gli avevano detto che avrebbe avuto pochi mesi di vita, due mesi circa. A Saronno durò poche ore: «Mio marito era agitato – ha aggiunto la signora – cercava di togliersi le flebo dalle braccia come se gli dessero fastidio. Cazzaniga mi disse che era una questione di ore. Non mi disse che farmaco gli stavano somministrando. Fu lui stesso a somministrargli un farmaco biancastro». Di lì a poco il paziente morì dopo essere finito in coma.

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